Dini alza il sipario dello Stabile del Veneto: «Il teatro ci aiuta a leggere la realtà»

Il direttore artistico presenta il programma 2026-2027: «Abbiamo bisogno dell’arte per affrontare le grandi questioni del presente»

Marina Grasso

 

Attore e regista fra i più autorevoli della scena italiana, Filippo Dini è dal 2023 direttore artistico del Teatro Stabile del Veneto. Per la stagione 2026/27 firma il cartellone “La realtà non basta”: 83 spettacoli, di cui 16 produzioni e coproduzioni, per 324 alzate di sipario tra Venezia, Padova e Treviso.

Filippo Dini, perché “La realtà non basta”?

«Perché abbiamo bisogno dell’arte, del teatro che, attraverso una metafora, attinge alla realtà e la trasforma. Lo racconta la farfalla scelta dal designer catalano Javier Jaén per l’immagine della stagione: la metamorfosi comincia dal nostro sguardo. Ma cambiare sguardo non significa distoglierlo dal presente, anzi. Il teatro può leggerlo con parole profonde, affrontare le grandi questioni e suscitare le giuste domande, senza pretendere di offrire risposte».

Nella stagione ha un ruolo centrale la tragedia antica: che cosa ha ancora da dirci?

«Alcesti, di cui sono il regista, è coprodotta dal Tsv con l’Istituto Nazionale del Dramma Antico ed è già andata in scena al Teatro Greco di Siracusa, richiamando circa 5.000 spettatori a sera in una stagione di classici che ne ha contati oltre 200.000. Sono numeri che esprimono il desiderio del pubblico di confrontarsi ancora oggi con le grandi questioni della tragedia, e per questo vi torniamo in forme diverse: con Alcesti, in programma a Padova e Treviso, affrontiamo direttamente Euripide; Ecuba, in scena a Venezia, è una riscrittura della sua tragedia firmata da Marina Carr; Incendi, proposta nelle tre città, conserva gli echi del mito di Edipo nella nuova drammaturgia».

Cosa c’è di Sofocle in Incendi di Wajdi Mouawad?

«Mouawad è uno dei più autorevoli autori contemporanei e Incendi è un autentico capolavoro di scrittura. Da Edipo re di Sofocle riprende il meccanismo del giallo, fra rivelazioni e ribaltamenti, in una vicenda familiare intrecciata alla grande Storia, sullo sfondo di una guerra che richiama quella del Libano. Ma invita anche a una riflessione più profonda: se scaviamo alla radice dell’odio, potremmo trovare qualcuno legato a noi, persino nostro fratello. “Siamo impantanati nella rabbia”, dice un personaggio: una rabbia che non genera soltanto le guerre lontane da noi, ma fa degenerare i rapporti quotidiani, alimentando una spirale che siamo tutti chiamati a spezzare».

Lei è uno degli interpreti di Incendi, diretto da Marco Lorenzi: com’è nata questa collaborazione?

«La scorsa stagione Lorenzi ha diretto Come gli uccelli, sempre di Mouawad, uno spettacolo accolto a Padova da ripetute standing ovation. Quando mi ha parlato del desiderio di mettere in scena anche Incendi, ci siamo trovati su un terreno comune: stavo già lavorando sul rapporto fra i classici e il presente. Sono orgoglioso che un progetto così importante sia diretto da un regista della generazione successiva alla mia e di parteciparvi interpretando il notaio che accompagna i due protagonisti in una ricerca che si rivelerà sorprendente».

Al suo terzo anno di direzione artistica, quale impronta vuole dare alla programmazione?

«Sto cercando di rafforzare due linee: il confronto con la scena europea e l’apertura a nuovi artisti e linguaggi, un impegno in cui mi affianca Alessandro Businaro, direttore artistico junior dello Stabile, e che trova soprattutto al Teatro Maddalene di Padova il suo spazio di sperimentazione. Vorrei che questa esperienza influenzasse sempre più il cartellone del Verdi e ispirasse proposte analoghe a Treviso e Venezia. È questo il vero cambiamento in cui confido, anche se richiede tempo».

Quanto contano le aspettative del pubblico nella costruzione del cartellone?

«Eduardo De Filippo diceva che bisogna tendere una mano al pubblico, ma rifiutare quella che il pubblico ci tende. È un’immagine bellissima, perché esprime la necessità di ascoltare gli spettatori senza rinunciare alla libertà delle proprie scelte. Tengo conto di commenti e suggerimenti, ma non necessariamente li seguo: un Teatro Nazionale non può limitarsi a ciò che il pubblico già conosce, ma deve sostenere nuovi talenti e la ricerca, facendo scoprire altri linguaggi teatrali. Del resto, anche per me questo incarico è stato un’occasione di scoperta, che mi ha fatto apprezzare spettacoli che altrimenti forse non sarei andato a vedere. Vorrei che accadesse lo stesso al nostro pubblico, perché quando una proposta inattesa riesce a conquistarlo, cresce anche la fiducia nelle nostre scelte».

Quale posto occupa la cultura veneta nel progetto artistico dello Stabile?

«Fra i sei Teatri Nazionali italiani, il Tsv ha una particolarità: rappresenta un’intera regione. È una grande forza, soprattutto in un momento in cui la “Veneto Wave” esprime una diffusa vitalità artistica. Uno dei miei compiti è far dialogare questo patrimonio, da Ruzante e Goldoni agli artisti di oggi, con il resto del Paese e sempre più con l’Europa. Oltre, naturalmente, a valorizzarlo nei teatri di Padova, Treviso e Venezia».

Oltre ai titoli già citati, che cosa le sta particolarmente a cuore della stagione del Verdi di Padova?

«Ciascuno meriterebbe una lunga menzione, ma cito ad esempio alcuni artisti straordinari che si misurano con grandi autori: Luca Marinelli con Calvino ed Elio De Capitani con Arthur Miller; e poi Andrea Pennacchi con Ruzante e Valerio Binasco con Goldoni; la straordinaria Maria Paiato che, diretta da Giorgio Sangati, interpreta Vitaliano Trevisan; il bravissimo Roberto Citran nella sezione Fuoriserie, o Fabiana Iacozzilli con il suo teatro di ricerca sia al Verdi sia al Maddalene».

Che cosa caratterizza “Glicine”, la stagione del contemporaneo che propone 23 titoli fra il Teatro Maddalene e il Ridotto del Verdi?

«Vorrei sottolineare soprattutto il senso complessivo del progetto, più che citare i singoli spettacoli. Credo infatti nell’intera programmazione, che non si limita a presentare la nuova scena, ma vuole accompagnarne la crescita, dalla ricerca alla creazione degli spettacoli. Le nuove generazioni raccontano il mondo con linguaggi propri e una forte sensibilità per i temi sociali e ambientali, e il pubblico più giovane cerca proprio questi linguaggi, nei quali riconoscersi. In questo lavoro è particolarmente prezioso l’infaticabile Alessandro Businaro, che conosce autori e registi della nuova scena spesso meglio di me, e con il quale stiamo costruendo un progetto destinato a crescere».

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