La corsa a ostacoli del fotovoltaico: tra burocrazia e tempi di allacciamento alla rete

Per l’autorizzazione, la realizzazione e la connessione di un impianto possono volerci anche fino a cinque anni. Mancano certezze sui tempi di rientro dagli investimenti

Maura Delle Case

Più che a una corsa, quella per la transizione energetica rischia di trasformarsi in una lenta camminata a ostacoli. I tempi per realizzare un parco fotovoltaico in Italia possono arrivare a tre anni. Nei casi peggiori anche a cinque. Alle richieste di autorizzazione amministrativa e di allacciamento alla rete elettrica nazionale, che danno il via all’iniziativa, seguono infatti decine e decine di adempimenti, con costi rilevanti in termini di tempo e denaro.

Il risultato è che molte delle richieste finiscono su un binario morto, abbandonate strada facendo a causa dell’incertezza sui tempi di rientro dall’investimento o perché – proposte da uno sviluppatore – non trovano interesse, mentre quelle che arrivano al traguardo lo fanno a rilevante distanza di tempo.

Vale per i grandi, ma anche per i piccoli impianti. «Mi è capitato il caso di un imprenditore di una certa età che voleva installare un impianto fotovoltaico da 100 kw sul tetto del suo capannone. Alla richiesta di allacciamento il gestore aveva stimato 5.000 giorni lavorativi di attesa. Quasi 25 anni. La risposta dell’imprenditore? Sarò certamente morto». È un esempio limite quello che cita Arturo Lorenzoni, ma rende bene l’idea. Il professore di Economia dell’energia e di Mercato elettrico all’Università di Padova è membro del comitato tecnico scientifico di Italia Solare, associazione che raduna più di 1.500 aziende attive nel settore del fotovoltaico. Un ruolo in virtù del quale ha toccato con mano tutta la farraginosità delle procedure che, una volta individuato il sito sul quale si vuole realizzare l’impianto, sono sostanzialmente due: una amministrativa, relativa all’autorizzazione dell’impianto, e una per l’allacciamento che fa capo a Enel (per la media tensione) o a Terna (per l’alta e l’altissima tensione).

La richiesta di connessione alla rete

Sul fronte della connessione alla rete, il procedimento inizia con una Soluzione tecnica minima generale (Stmg) con cui il gestore dà una prima risposta al richiedente (entro 90 giorni), definendo i tempi attesi per la connessione e i costi. Uno schema di massima che chi propone l’impianto deve accettare entro i successivi 120 giorni per entrare nella fase dell’iter autorizzativo e ottenere la Soluzione tecnica minima di dettaglio (Stmd), a valle della quale i lavori per la realizzazione dell’impianto potranno essere avviati (non prima che si sia completato anche il procedimento amministrativo).

«Accade che i tempi per passare da una Stmg a una Stmd possano essere molto diversi. Dipendono infatti», spiega Lorenzoni, «dalla disponibilità della rete di ricevere nuova potenza. In alcuni casi Terna deve fare adeguamenti delle linee, in altri ha molte richieste sugli stessi nodi di rete. È tuttavia costretta per legge a rispondere a tutti e, considerato che presentare richiesta di una Stmg ha un costo molto limitato, il risultato è che i proponenti ne presentano spesso diverse, sperando di portarne a casa almeno una. Questo però su Terna ha un effetto devastante, perché richiede tempo e personale senza sapere poi quanta della potenza richiesta sarà effettivamente installata».

Un ingorgo certificato dai numeri relativi allo stato di avanzamento delle richieste di connessione del fotovoltaico, che rappresenta la maggior parte degli investimenti in rinnovabili, e che si possono consultare direttamente sul sito di Terna.

Le pratiche avviate in Veneto e Friuli Venezia Giulia

In Veneto, al 30 aprile, le pratiche di connessione all’alta e altissima tensione sono complessivamente 126 per un totale di 5,62 Gw di potenza. Di queste, 28 sono le Stmg da accettare e 55 quelle già accettate. Oltre la metà sono dunque progetti ancora alla prima fase. Solo uno ha ottenuto una Stmd per un impianto da 90 Mw. Una briciola sulla lunga strada per il raggiungimento dei 5,8 Gw che la Regione si è data come obiettivo al 2030 (oggi è a 1,66 Gw). In Friuli Venezia Giulia, su 26 pratiche per una potenza totale di 1,07 Gw, dodici sono le Stmg tra presentate e accettate e quattro le Stmd, per una potenza complessiva di 250 MW.

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Fino a 80 enti coinvolti 

Sul fronte amministrativo gli enti da interpellare possono arrivare a un’ottantina. Si va dalla Regione ai Comuni e poi, a seconda della collocazione e del tipo di impianto, dall’Arpa alla Soprintendenza, dall’Autorità di bacino ai Vigili del fuoco, dal Consorzio di bonifica alla Asl, dalle forze armate di terra a quelle di cielo, solo per citarne alcuni. Il collo di bottiglia non di rado si verifica per lo strabismo dello Stato che sul fronte ambientale vuole le rinnovabili, su quello culturale ne ostacola la realizzazione con un’interpretazione restrittiva della tutela del paesaggio. Tema che fa breccia nell’opinione pubblica, spesso similmente strabica, favorevole al fotovoltaico a patto che si faccia altrove.

Le possibili soluzioni

La combinazione tra le lungaggini burocratiche e l’incertezza sui tempi di allacciamento frena dunque la transizione. Come se ne esce? «Sul fronte della capacità della rete elettrica il problema è complesso e in parte è stato affrontato con i fondi del Pnrr. Su quello amministrativo, decisiva sarà la definizione delle aree di accelerazione, alle quali la Regione Veneto sta già lavorando – fa sapere Lorenzoni –: «Beneficeranno di iter più rapidi e semplificati». Togliendo d’impaccio anche i sindaci che spesso si trovano a essere controparte degli investitori. «Bisogna riuscire ad accompagnare le amministrazioni locali nel processo», conclude il docente, «anche in ragione dei benefici che le comunità possono ottenere, con compensazioni che possono arrivare al 3 per cento annuo del fatturato prodotto per tutta la vita dell’impianto».

 

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