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Dal record del 1958 al minimo del 2022: ottant’anni di voto femminile in Italia spiegati con i numeri

Daniela Larocca

Nel 1946 le italiane votarono più degli uomini. Oggi la rappresentanza femminile cresce nelle istituzioni, ma l’affluenza crolla, soprattutto nel Sud e tra le donne più fragili

Il 2 giugno 1946, fuori dai seggi, le cronache raccontano file di donne con il vestito buono della domenica, molte accompagnate dai figli, alcune intimidite, altre fiere. Per milioni di italiane non era soltanto il primo voto. Era il primo ingresso nello spazio pubblico di un Paese che fino a pochi anni prima le voleva invisibili. E alle urne ci andarono in massa: più degli uomini.

Ottant’anni dopo, di quella rivoluzione silenziosa restano due fotografie opposte. La prima racconta un’ascesa: le donne hanno conquistato spazio nelle istituzioni, dai consigli comunali al Parlamento, soprattutto dopo le quote di genere degli anni Novanta e la doppia preferenza introdotta nelle elezioni regionali e locali.

La seconda fotografia racconta invece una ritirata. L’affluenza femminile è passata dal 94% delle politiche del 1958 al minimo storico del 62,2% nel 2022. Fino agli anni Settanta le donne votavano quanto, anzi spesso più, degli uomini; dopo il 1979 il divario si è aperto stabilmente. E il peso maggiore dell’astensionismo si concentra ancora oggi nel Sud, nei piccoli comuni, tra le donne più anziane e con minore istruzione.

Anche il Nordest racconta bene questo doppio movimento. In Veneto la presenza femminile nel consiglio regionale è cresciuta rapidamente da 4 donne su 60 tra il 2010 e il 2015 a 18 su 51 nel 2020 e nel 2025 mentre l’affluenza alle regionali, dato onnicomprensivo, è crollata al minimo storico del 44,6%. In Friuli Venezia Giulia, invece, dopo l’elezione della prima presidente donna, Debora Serracchiani, la rappresentanza femminile in consiglio regionale è tornata tra le più basse d’Italia: appena il 12,2% nel 2023, con un’affluenza scesa sotto il 46%.

Il paradosso, ottant’anni dopo il primo voto, è tutto qui: le donne sono entrate nelle istituzioni come mai prima. Ma sempre più donne, fuori da quelle stanze, scelgono di non votare più. E ottant’anni dopo quel primo voto, quel vestito buono della domenica, raccontiamo come siamo cambiate e come possiamo fare ancora di più con i numeri. 

Il quadro nazionale

C'era un anno, il 1958, in cui le donne italiane andavano alle urne più degli uomini: lo scarto era mezzo punto percentuale, piccolo ma simbolicamente enorme. Lo spiegano i sociologi Dario Tuorto e Laura Sartori, in un dossier pubblicato con l’Università di Bologna, con la fitta rete di mobilitazione della Democrazia Cristiana e della Chiesa cattolica, che raggiungeva le donne nelle parrocchie e nei patronati e orientava il voto come un dovere morale oltre che civico. Era un tipo di partecipazione verticale, guidata dall'alto, non ancora autonoma ma sicuramente era partecipazione.

Quella stagione dura fino alla metà degli anni Settanta. Poi qualcosa si rompe. Dal 1976 il divario inizia ad aprirsi: le donne entrano nel mercato del lavoro, si laicizzano, sfuggono alle reti di mobilitazione tradizionali ma non le sostituiscono con una partecipazione politica propria. Il gap con gli uomini si allarga lentamente ma costantemente: 1 punto nel 1976, 1,3 nel 1979, quasi 2 nel 1992. La vera cesura arriva con Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, che colpisce l'elettorato femminile con più forza.

Il picco del divario si tocca nel 2018, con 5 punti percentuali di distanza. Nel 2022 il gap scende a 3,5, ma non perché le donne tornino a votare: semplicemente anche gli uomini smettono, e l'affluenza femminile tocca il suo minimo storico assoluto al 62,2%. Proprio l’anno in cui viene eletta presidente del Consiglio una donna: Giorgia Meloni.

In termini assoluti, poiché le donne sono il 51,7% del corpo elettorale, continuano ad essere il gruppo che esprime più voti ma la forbice di disaffezione è ormai strutturale. Alle europee del 2024 la tendenza si aggrava ulteriormente: le donne si recano alle urne al 48,8%, gli uomini al 50,5%, segnando per la prima volta un sorpasso maschile anche in un'elezione storicamente più partecipata dall'elettorato femminile

Le donne elette 

C’è voluta metà del tempo per farcela, quarant'anni precisi su ottanta, per superare il 10%. È una lunga glaciazione il percorso al femminile: le donne ci sono, vengono candidate, a volte anche elette, ma rimangono una presenza ornamentale in un'assemblea pensata e governata da uomini. A guardare bene i dati è possibile vedere come dal 1946 al 1987 la percentuale di donne alla Camera non supera mai quella soglia, con un'unica eccezione momentanea nel 1976, quando il boom elettorale del Pci, che aveva aperto le liste alle candidature femminili, porta le elette all'8,4%.

Poi negli anni 90 cambia tutto e la politica vive una nuova fase, prima di rottura e poi di trasformazione: la fine della Prima Repubblica. Tangentopoli spazza via il vecchio sistema e con esso le sue regole non scritte. Nel 1994, con la legge Mattarella e le sue quote nelle liste proporzionali, le donne passano dall'8,1% al 14,6% in una sola tornata.

La seconda accelerazione decisiva arriva con il Rosatellum del 2017 e la sua clausola di alternanza di genere nelle liste: nel 2018 si tocca il massimo storico del 35,7%, con 225 donne su 630 seggi. Un risultato che sarebbe sembrato fantascienza all'Assemblea Costituente del 1946, dove le elette erano 21 su 556. Ma nel 2022 la percentuale scende di tre punti, a causa dei meccanismi dei collegi uninominali che storicamente sono un terreno più ostile alle candidature femminili. Insomma, i dati parlano chiaro: la rappresentanza femminile, senza norme che la sostengano, tende a regredire.

Le sindache d’Italia

Certo, ora siamo abituate. E anzi, è quasi la normalità vedere una donna vestire la fascia tricolore e avere un ruolo attivo nell’amministrazione comunale. Ma anche questo è stato un percorso lungo e di ascesa.

Le prime tredici elette nell'autunno 1946 nei borghi più piccoli d'Italia (tre in Calabria, due in Sardegna, una nelle Marche, una in Umbria) si facevano chiamare "sindachesse", con un tono tra l'ammirato e il beffardo. E ovviamente anche questa rivoluzione, lunga ottant’anni, non fu di certo pianificata: fu piuttosto l’effetto di un vuoto demografico che creò uno spazio che le donne seppero occupare. Erano infatti quasi tutte maestre o avvocate, quasi tutte nei comuni dove la guerra aveva decimato la popolazione maschile.

Poi però per decenni quella presenza rimase marginale. Nel 1986, quarant'anni dopo il voto, le sindache in tutta Italia erano appena 145. Poi la legge 81 del 1993, la norma che ha introdotto l'elezione diretta del sindaco e le prime norme sulle liste di genere nei comuni, cambiò le regole del gioco. In dieci anni le sindache sono raddoppiate, addirittura triplicate.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Anci “Donne in Comune 2026”, oggi sono 1.187: otto volte più di quarant'anni fa. Un numero assoluto che però appare più piccolo se visto in percentuale: le sindache sono il 15,4%.

Cosa vuol dire? Calcolatrice alla mano in Italia quasi nove comuni su dieci sono guidati da un uomo. E attenzione. Molto spesso le donne governano prevalentemente i comuni piccoli poiché nei grandi centri, dove la visibilità politica è maggiore e le risorse per la campagna sono più ingenti, la sindaca rimane ancora un'eccezione.

La situazione in Europa

Il Parlamento europeo è stato per decenni il laboratorio avanzato della rappresentanza femminile in Italia. Il sistema proporzionale puro, le preferenze di lista, la maggiore permeabilità culturale dei partiti alle candidature femminili nelle elezioni "di secondo livello": tutto ha contribuito a fare dell'europarlamento uno spazio più accessibile alle donne. Nel 2019 l'Italia raggiungeva il 39,5%, quasi il doppio rispetto alla Camera nello stesso anno.

Il 2024 segna una doppia inversione di tendenza. Per la prima volta nella storia del Parlamento europeo la percentuale di donne scende a livello continentale (dal 40,9% al 38,5%). E per l'Italia il calo è ancora più brusco: dal 39,5% al 32,9%, perdendo oltre sei punti in una sola tornata. La causa principale è il risultato di Fratelli d'Italia, partito di governo guidato da una donna ma che ha eletto in prevalenza uomini, e la generale tendenza dei partiti della destra europea a candidare meno donne.

Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, il 2 giugno racconta ancora il presente del Paese. Lo facciamo con uno sguardo al femminile, tra testimonianze, storie, ricerche storiche e dati.

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Il confronto con Svezia (62%) e Finlandia (60%) mostra che la parità è raggiungibile, ma non con la sola legge elettorale: richiede decenni di politiche di conciliazione vita-lavoro, culture di partito che selezionino le candidature per merito e non per fedeltà, e una presenza femminile nei livelli intermedi della politica che alimenti il bacino delle candidate. Tutti elementi che in Italia rimangono carenti.

I consigli regionali del Veneto e Fvg

Ancora numeri per capire quanta strada è stata fatta in ottant’anni e quanta deve essere ancora fatta. Questa volta, per analizzare il quadro nazionale, è necessario scendere nel dettaglio. Con un dato su tutti: dodici virgola cinque contro cinquantacinque.  Questo è il divario tra il Friuli Venezia Giulia e la Toscana nella percentuale di donne elette nei rispettivi consigli regionali, aggiornato alle ultime elezioni disponibili. Quarantadue punti percentuali di distanza dentro lo stesso paese, con le stesse norme costituzionali, in anni diversi ma comparabili. Non è una sfumatura: è una frattura che racconta quanto la legge elettorale regionale, la cultura dei partiti locali e la disponibilità di meccanismi di promozione della parità possano fare la differenza.

Il caso Fvg è particolarmente stridente perché la regione non manca di donne in politica: ha avuto Debora Serracchiani alla presidenza, ha avuto assessore di rilievo, ha un tessuto associativo femminile vivace. Quello che manca è una norma che obblighi i partiti a candidare donne in posizioni eleggibili. La legge elettorale regionale del Fvg non prevede né la doppia preferenza di genere né l'alternanza nelle liste provinciali. Il Veneto, che quella norma l'ha introdotta nel 2015, è oggi a 35,3%: ventitre punti in più rispetto al Fvg.

La Toscana al 55% e l'Emilia-Romagna al 44% dimostrano che superare il 40%, che poi è l’obiettivo della Strategia europea per la parità di genere 2020–2025, è possibile anche in Italia, ma richiede una combinazione di legge elettorale, cultura di partito e continuità nel tempo. Tra le regioni del Sud, la Calabria al 13,3% e la Campania al 24% confermano il divario strutturale Nord-Sud che attraversa tutti i livelli della rappresentanza politica femminile nel Paese.

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