Vajont, 63 anni dopo il disastro: la memoria della tragedia incontra la nuova centralina. L’acqua torna a far paura
A 63 anni dal disastro del 9 ottobre 1963, il Vajont torna al centro del dibattito tra memoria e futuro: un progetto da 12 milioni di euro, un salto di oltre 120 metri, una centrale scavata nella montagna. E intorno, una domanda che va molto oltre la tecnica: si può tornare a produrre energia con l’acqua del Vajont?

Ci sono luoghi nei quali una parola non è mai soltanto una parola. Vajont è uno di questi.
Pronunciarlo significa evocare una diga, una montagna, una frana, un'onda, Longarone cancellata in pochi minuti. Significa soprattutto ricordare quella sera del 9 ottobre 1963, quando una gigantesca massa di roccia precipitò nel bacino artificiale e provocò l'onda che travolse la valle. Sessantatré anni dopo, proprio quell'acqua torna al centro di un progetto industriale.
Una nuova centralina idroelettrica dovrebbe infatti sfruttare il salto del torrente Vajont immediatamente a valle della diga, nel territorio di Erto e Casso. Il progetto è della società Welly Red, con sede a Sacile, e prevede opere prevalentemente sotterranee, dentro la montagna. Sulla carta è un progetto di energia rinnovabile.
Nella memoria di chi vive quelle valli, però, è qualcosa di molto più complesso. Perché l'acqua del Vajont non è acqua come tutte le altre.
Per approfondire
-
Nuova centrale idroelettrica sul Vajont, ecco il progetto di Welly Red: costa 12 milioni
-
Centralina idroelettrica, i superstiti del Vajont contro Comune e Provincia: «Noi lasciati soli»
-
Centralina del Vajont, petizione e ricorsi contro il progetto: Longarone dice no
-
Centralina sul Vajont, il sindaco di Erto rompe il fronte del no: «Quei soldi sono indispensabili»
-
Parco delle Dolomiti, la Cassazione dice “no” alle centraline idroelettriche
-
Idroelettrico, il Veneto e il tesoro delle grandi centrali: in gioco fino a 500 milioni l’anno
Il progetto: l’energia nascosta dentro la montagna
La proposta all'esame della Regione Friuli Venezia Giulia nasce da una storia amministrativa molto più lunga di quanto possa sembrare. Gli atti regionali fanno risalire la domanda originaria di concessione al 20 luglio 2016, mentre il progetto attuale è stato sottoposto alla procedura di verifica ambientale con la documentazione presentata da Welly Red. Il procedimento regionale è stato avviato nel febbraio 2026.
L'idea è relativamente semplice dal punto di vista energetico: utilizzare l'acqua che già defluisce dalla galleria di scarico del cosiddetto lago residuo C, formatosi dopo la frana del monte Toc.
L'acqua viene intercettata a valle della diga, convogliata attraverso una condotta e sfruttata per un salto di circa 123 metri. La centrale vera e propria sarebbe realizzata in caverna, quindi all'interno della montagna. Le opere principali, secondo il progetto, non dovrebbero risultare visibili una volta conclusi i lavori.
L'investimento indicato è di circa 12 milioni di euro, con una produzione stimata di circa 13,3 milioni di kilowattora all'anno. È il concetto della centrale invisibile.
Ed è forse proprio questa la prima contraddizione della vicenda. Perché invisibile non significa necessariamente inesistente. Per costruirla occorre scavare.
E scavare nella montagna del Vajont, per molti, non è un gesto neutro.

La montagna dove la tecnica ha già sbagliato
La memoria del Vajont non nasce soltanto dal numero delle vittime. Nasce dalla lezione che quella tragedia ha lasciato sul rapporto tra uomo, natura e tecnica. La frana del monte Toc non fu un fulmine a ciel sereno. La storia del Vajont è anche la storia di segnali, studi, perplessità e decisioni che precedettero il 9 ottobre. Per questo ogni nuovo intervento sulla montagna porta con sé una domanda inevitabile: quanto è lecito modificare ancora quel luogo? Il progetto della centralina insiste proprio nell'area attraversata dalla galleria di sorpasso realizzata negli anni precedenti alla tragedia. E gli atti comunali ricordano che l'area interessata ricade nel territorio del parco delle Dolomiti friulane e nell'ambito di tutela collegato alla frana e ai “Giardini della memoria”. È questo il punto nel quale il progetto tecnico si trasforma in una questione civile.
Non si discute più soltanto di kilowattora. Si discute di memoria.

La prima centralina? La storia comincia da lontano
La centralina di oggi non è un'idea nata nel 2026. Lo sfruttamento energetico delle acque del Vajont viene discusso da decenni. Una prima richiesta di concessione risale addirittura al 1996. Quella iniziativa non arrivò alla realizzazione. Poi, nel 2011, sembrò che la partita potesse finalmente chiudersi. Il progetto allora immaginato coinvolgeva direttamente i Comuni di Erto e Casso, Longarone e Castellavazzo. L'obiettivo era sfruttare il salto dell'acqua in uscita dal bypass della diga. La centrale avrebbe avuto, allora, un costo indicativo di circa 10 milioni di euro e avrebbe utilizzato un salto di circa 170 metri. La struttura avrebbe dovuto essere realizzata in parte sotto terra e avrebbe dovuto produrre energia per migliaia di famiglie.
Ma soprattutto c'era un elemento politico: i tre Comuni sarebbero stati coinvolti attraverso una società a maggioranza pubblica. Era una maniera per tentare di rispondere alla domanda più difficile: si può sfruttare l'acqua del Vajont senza trasformare la memoria in una semplice fonte di reddito? Nel 2011 la risposta sembrava essere: sì, purché il progetto fosse pubblico e accompagnato da interventi dedicati alla memoria. Quel progetto però non si realizzò.
Oggi la storia ritorna, ma con un protagonista diverso: un soggetto privato. Ed è proprio questo uno dei punti più contestati.
Il nuovo progetto: privato, sotterraneo, economicamente interessante
La Welly Red propone dunque un impianto sostanzialmente nascosto alla vista. La captazione avverrebbe dalla galleria di scarico del lago residuo C. L'acqua verrebbe indirizzata verso la centrale, sfruttando il salto disponibile, e successivamente restituita al torrente. Il progetto è stato definito nei documenti e nella cronaca come un'opera sostanzialmente invisibile dal punto di vista paesaggistico.
Ma durante l'istruttoria sono emerse numerose questioni tecniche. Ad aprile 2026 la Regione ha chiesto 14 integrazioni alla società, riguardanti tra l'altro sicurezza, emissioni e criticità nell'alveo. La società ha successivamente depositato una documentazione integrativa di quasi duecento pagine.
Non era dunque una pratica puramente formale. Gli enti avevano bisogno di ulteriori risposte. E il nodo più delicato era, ancora una volta, la montagna.
Il rischio geologico e la domanda che non può essere elusa
Una delle questioni che hanno alimentato la protesta è la classificazione dell'area. Il progetto insiste infatti in una zona caratterizzata da un livello molto elevato di pericolosità geologica, indicato come P4 nelle ricostruzioni della vicenda. Il tema è emerso con forza anche durante l'istruttoria ambientale. E qui si torna al cuore della storia.
Perché il Vajont non è soltanto un luogo nel quale è accaduta una tragedia. È il luogo nel quale una tragedia ha dimostrato quanto possa essere pericoloso credere che la tecnica possa sempre governare la montagna. La domanda, dunque, non è necessariamente se la nuova centralina sia tecnicamente sicura. La domanda più profonda è se, in un luogo simile, sia sufficiente dimostrarne la sicurezza tecnica.
Il nodo dell’impatto ambientale: il fronte del no insorge
A giugno arriva il passaggio che fa esplodere definitivamente la polemica. La Regione Friuli Venezia Giulia stabilisce che il progetto non deve essere sottoposto a una procedura completa di Valutazione di impatto ambientale. La decisione non equivale all'autorizzazione definitiva dell'opera e contiene prescrizioni e condizioni, ma accelera l'iter.
Il fronte contrario reagisce immediatamente. La Provincia di Belluno, il Comune di Longarone e le associazioni della memoria contestano la scelta e annunciano iniziative per fermare il progetto. Nel Bellunese il problema non viene percepito soltanto come ambientale. È soprattutto una questione morale.
«Giù le mani dal Vajont»
Il Corriere delle Alpi, una delle testate Nem che ha seguito più da vicino l'intera vicenda, ha raccolto nel febbraio scorso le reazioni della popolazione di Longarone. Il sentimento prevalente è stato netto: «Giù le mani dal Vajont. È un luogo sacro». Ma la cronaca ha registrato anche una posizione più sfumata. C'è chi, pur ricordando la tragedia, considera possibile un progetto se capace di produrre un beneficio pubblico. Ed è questo il vero spartiacque.
Da una parte c'è chi sostiene che il Vajont non debba più essere toccato. Dall'altra chi sostiene che la memoria non possa condannare per sempre le comunità che vivono ai piedi della diga a rimanere economicamente marginali.
Erto dice sì: “Quei soldi ci servono”
La posizione di Erto e Casso è molto diversa da quella di Longarone. Il sindaco Antonio Carrara si è dichiarato favorevole. La ragione è semplice: il piccolo Comune montano vede nella centralina una possibilità di ottenere nuove entrate attraverso i sovracanoni e le ricadute economiche dell'utilizzo della risorsa idrica. È una posizione che rovescia completamente la prospettiva. Per Longarone l'acqua del Vajont rappresenta prima di tutto la memoria dei morti. Per Erto e Casso rappresenta anche una risorsa naturale che il territorio dovrebbe poter utilizzare.
La contrapposizione è diventata così quasi geografica: a monte il bisogno di sviluppo, a valle il bisogno di memoria. Il Corriere delle Alpi ha raccontato proprio questa frattura: Erto e Casso favorevole, Longarone contrario, con il Veneto schierato prevalentemente contro il progetto.
“Non è la stessa acqua di una qualsiasi centralina”
Per i contrari il problema non può essere ridotto alla visibilità dell'impianto. Anche se la centrale sarà nascosta. Anche se la condotta sarà interrata. Anche se l'impatto paesaggistico sarà limitato. Il punto, sostengono, è che si tratta del Vajont. L'associazione “Vajont, il futuro della memoria” ha assunto una posizione particolarmente dura, contestando l'idea che un privato possa trarre profitto dall'acqua che attraversa un luogo segnato da una tragedia di quelle dimensioni. Il presidente Michele Giacomel ha annunciato iniziative legali e ha posto la questione su un piano etico prima ancora che tecnico. È la parola profitto a diventare centrale. Perché nel Vajont quella parola ha un peso storico particolare.
Il paradosso della memoria
È impossibile affrontare questa vicenda senza ricordare cosa accadde nel 1963. La tragedia del Vajont provocò ufficialmente oltre 1.900 vittime. Il 9 ottobre 1963 la frana precipitò nel bacino e l'acqua scavalcò la diga con una forza devastante. Longarone venne distrutta. Ma il Vajont è anche la storia di una grande opera costruita per produrre energia. È proprio questo il paradosso che oggi ritorna. La diga non è più una centrale produttiva come allora. La valle è diventata soprattutto un luogo di memoria, studio e turismo.
E adesso un progetto propone di utilizzare nuovamente quell'acqua per produrre energia. Il cerchio sembra richiudersi.
Il fronte politico: non solo Longarone
La contestazione non è rimasta confinata alle associazioni. Anche esponenti politici regionali del Friuli Venezia Giulia hanno chiesto maggiore trasparenza. C’è chi ha contestato in particolare il fatto che il progetto non passi attraverso una Valutazione di impatto ambientale completa e ha chiesto un confronto pubblico sul significato dell'intervento. Questa posizione è particolarmente significativa perché introduce un terzo elemento nella discussione: la partecipazione dei cittadini. Non basta, sostiene il fronte critico, che il progetto sia tecnicamente autorizzabile. I cittadini che vivono in quei territori dovrebbero poter discutere apertamente del suo significato etico, economico e ambientale.
Il silenzio di Longarone e della Provincia
La vicenda ha avuto anche un altro passaggio curioso. Alla scadenza del marzo 2026, secondo la ricostruzione del Corriere delle Alpi, Comune di Longarone e Provincia di Belluno non avevano presentato osservazioni nella fase iniziale della procedura, mentre altri enti avevano fatto pervenire le proprie valutazioni. Quel silenzio sarebbe poi diventato uno degli elementi della polemica. Perché la battaglia contro la centralina, successivamente, è diventata molto dura. E qui si inserisce una delle contraddizioni politiche della storia: si può essere moralmente contrari a un'opera e contemporaneamente non intervenire tempestivamente nel procedimento amministrativo che potrebbe consentirne la realizzazione? Il tema è stato sollevato pubblicamente proprio mentre il progetto avanzava.
Il giugno della svolta
Con l'esclusione della valutazione di impatto ambientale completa il progetto entra in una fase diversa. Il fronte del no organizza assemblee pubbliche, petizioni e ricorsi. La Provincia di Belluno approva un ordine del giorno. L'associazione della memoria annuncia iniziative istituzionali. La protesta assume anche una dimensione politica interregionale: Veneto e Friuli Venezia Giulia si trovano infatti davanti a una vicenda nella quale la competenza amministrativa principale è friulana, mentre la memoria della tragedia appartiene indissolubilmente anche al territorio veneto. È una delle anomalie più profonde della vicenda. Chi decide su un luogo la cui memoria appartiene a due comunità?
E poi arriva l’altra centralina
Come se la storia non fosse già abbastanza complicata, nel luglio 2026 emerge un secondo progetto. La Ceb, compagnia energetica bellunese, aveva infatti presentato già nel novembre 2024 alla Provincia di Belluno un'istanza per un impianto idroelettrico nel territorio di Longarone, vicino alla confluenza tra Vajont e Piave. Questo secondo progetto sfrutterebbe una briglia esistente, con un salto di circa 24 metri, una portata massima indicata in 4.500 litri al secondo e una potenza nominale di 378 kW. L'impianto sarebbe praticamente invisibile perché realizzato all'interno della briglia. L'iter risulta sospeso su richiesta della stessa società, ma il progetto non è stato formalmente ritirato.
E qui emerge una questione politica non secondaria. Se il problema è la memoria del Vajont, perché una centralina dovrebbe essere moralmente diversa dall'altra? Se invece il problema è economico, territoriale o relativo alla distribuzione dei benefici, allora la discussione diventa completamente diversa. Il sindaco di Erto e Casso ha sollevato proprio questo interrogativo.
L'acqua è la stessa. La memoria è la stessa. Ma gli interessi territoriali non sono gli stessi.
La battaglia dei ricorsi
A fine settembre la partita entra nella fase giudiziaria. Il 29 settembre il Messaggero Veneto racconta che, alla scadenza dei termini, a muoversi concretamente era stata soprattutto l'associazione “Vajont, il futuro della memoria”, mentre Comune di Longarone e Provincia non avevano ancora presentato il ricorso nei termini indicati nell'articolo.
Il 5 ottobre, però, la vicenda torna a infiammarsi. Messaggero Veneto e Tribuna di Treviso riferiscono dell'annuncio di un ricorso al Tar da parte di quattro realtà contro la decisione regionale che ha escluso la necessità della valutazione d’impatto ambientale.
La centralina, dunque, non è ancora una realtà. È diventata però una vera e propria battaglia istituzionale.
Il 9 ottobre la cronaca diventa memoria
Ed è questo il punto nel quale la cronaca diventa memoria. Siamo nuovamente giunti al 9 ottobre. La valle torna a riempirsi di persone, cerimonie, ricordi, testimonianze. Si parla ancora una volta dei morti. Del monte Toc. Della diga. Della frana. Delle responsabilità. E sullo sfondo rimane quella centralina. Una centrale che, tecnicamente, dovrebbe essere quasi invisibile. Ma che nella memoria collettiva è diventata enorme. Perché il problema non è soltanto dove mettere una turbina. Il problema è capire che cosa significa utilizzare nuovamente l'acqua del Vajont per produrre energia.
Due idee di futuro
La contrapposizione rischia di essere raccontata semplicemente come uno scontro fra ambientalisti e sviluppisti. Ma non è così. Da una parte ci sono persone che dicono: quel luogo deve essere lasciato intatto. Dall'altra: non possiamo trasformare il Vajont in un santuario immobile e impedire a chi ci vive di costruire il proprio futuro. Entrambe le posizioni hanno una loro forza. Erto e Casso è un piccolo Comune montano alle prese con spopolamento, servizi difficili da mantenere e risorse limitate. Longarone porta invece il peso di una delle più grandi tragedie civili dell'Italia contemporanea. Il problema è che entrambe le comunità parlano dello stesso luogo. E della stessa acqua.
La domanda finale: Quanto vole la memoria?
Alla fine, forse, la vera domanda non è se la centralina sia bella o brutta. Non è nemmeno soltanto se produca abbastanza energia. E non è soltanto quanto denaro possa portare a Erto e Casso.
La domanda è un'altra: esistono luoghi nei quali il criterio economico deve fermarsi davanti alla memoria? E, se la risposta è sì, dove passa quel confine? Il Vajont è uno di questi luoghi? Per chi ha perso familiari il 9 ottobre 1963, probabilmente la risposta è già scritta. Per chi vive oggi a Erto e Casso, invece, il Vajont è anche una terra che deve continuare a vivere. Ed è questa la contraddizione più dolorosa. Perché il rischio non è soltanto quello di scavare una galleria. Il rischio è che la memoria venga trasformata in una parola buona per le cerimonie del 9 ottobre e troppo debole quando arriva il momento di decidere cosa fare della montagna, dell'acqua e del futuro.
La centralina, forse, non si vedrà. Ma la domanda che ha sollevato resterà visibile. E il 9 ottobre, ancora una volta, sarà impossibile non guardare verso quella montagna.
Riproduzione riservata © il Nord Est
