Marea a quota 194: Acqua granda, le ore più lunghe nella Venezia inondata

Il 4 novembre 1966 la marea spinta dallo scirocco superò ogni precedente: quindicimila sfollati, nessuna vittima ma danni inestimabili. E una città ferita. Da allora leggi speciali, grandi opere, scandali e 7 miliardi solo per il Mose. Restano ancora aperti i nodi della manutenzione, dell’erosione e degli interventi incompiuti

Alberto Vitucci
Piazzetta San Marco completamente invasa dall'acqua il 4 novembre 1966

Il mare entra in laguna. Nel pomeriggio del 4 novembre 1966, giusto sessant’anni fa, il disastro che lascerà il segno. L’acqua alta più alta di sempre, 194 centimetri sul medio mare. La città antica sfregiata e minacciata, opere d’arte distrutte, migliaia di famiglie senza casa.

E quella lugubre riga gialla sui muri, la nafta che aveva invaso tutto, distrutto biblioteche e libri antichi, laboratori artigiani, mobili e murature che avevano resistito per secoli. È un anniversario triste, quello dell’Acqua granda. Che ricorda come 60 anni dopo ancora tante siano le falle nel sistema di salvaguardia.

Il Mose è quasi ultimato, e oggi difende la città. Anche se grandi sono le incognite sulla sua durata, sulla resistenza agli eventi estremi e sulla manutenzione infinita, sul rischio di corrosione. All’anno zero o quasi le altre opere di difesa che avrebbero potuto mettere in sicurezza la laguna ed evitare alla città la gran parte delle acque medio alte, oggi in aumento per il cambiamento del clima.

Quei giorni

Il 4 novembre del 1966 è una data che resterà impressa per sempre negli annali e nella memoria dei Veneziani che l’hanno vissuta. La sera del 3 novembre si annuncia la tempesta perfetta. Un vento di scirocco che soffia fino a 100 chilometri l’ora, pioggia ininterrotta da tre giorni, pressione atmosferica ai minimi storici, fiumi ingrossati. L’acqua alta arriva, ma è ancora un fenomeno “normale”.

La situazione in Riva degli Schiavoni
La situazione in Riva degli Schiavoni

La mattina dopo Venezia si scopre indifesa e impotente. Salta il secolare meccanismo della marea che cresce per sei ore e poi cala. La minima si attesta a 118 centimetri. Poi sulla spinta dello scirocco e dell’Adriatico scatenato cresce ancora. Arriverà alla cifra record di 194 centimetri. Nemmeno con l’alluvione del Polesine del 1951 si erano toccati questi livelli. Venezia è al buio, isolata dal mondo. Sono saltate le centraline, allora costruite a livello dell’acqua. La Rai trasmette un notiziario drammatico via radio, a lume di candela. In strada i reperti della tragedia.

La città sfregiata

Mobili e materassi, armadi, libri, vestiario. Allora erano 4 mila gli appartamenti abitati al piano terra, e 15 mila persone hanno perso tutto. Le prime immagini fanno il giro del mondo e mostrano la città sfregiata. I motoscafi che vanno su e giù per piazza San Marco.

La caorlina portata in terra dalla furia dell’acqua a San Giacomo dell’Orio, come l’arca di Noè. Le gondole distrutte tra le due colonne di Marco e Todaro, sbattute sul Molo da un vento fortissimo. E la tragedia delle isole e dei litorali. Il mare è entrato in laguna al Cavallino, a Sant’Erasmo, a Pellestrina. La difesa ideata dalla Repubblica Serenissima, i celebri Murazzi di Bernardino Zendrini, ha ceduto.

Tutti se n’erano dimenticati per decenni, niente manutenzione. Gli allarmi degli studiosi, lanciati anche nel convegno alla Fondazione Cini, ignorati. L’acqua dell’Adriatico e quella della laguna sono diventate tutt’uno. E dopo secoli di convivenza, ora fanno paura. A San Pietro in Volta e a Burano si mettono in salvo le famiglie con le barche, si contano i danni. I campi allagati, il patrimonio della città straziato. I libri della Biblioteca Marciana stesi ad asciugare.

Nessuna vittima, danni incalcolabili

Una tragedia che coinvolge l’intero Paese. Con l’alluvione dell’Arno a Firenze, i fiumi del Veneto – in particolare il Piave e il Cordevole – che esondano e si portano tutto, facendo cento morti.

A Venezia nessuna vittima. Ma danni incalcolabili. E una domanda, rilanciata dal giornalista e fotografo Giulio Obici nel suo volume: “Fino a quando”?

Nato a Venezia durante l’Acqua granda: «Rubinetti a secco, fui lavato con la minerale»
La redazione
Gianluca Borgonovi, nato a Venezia il 4 novembre 1966

La tragedia colpisce il mondo. Celebri le foto di Ted Kennedy che visita i Murazzi accompagnato dal sindaco di allora Favaretto Fisca e dal prefetto Baschieri. Scatta la solidarietà internazionale. Aiuti e comitati che promettono di restaurare le chiese e le opere d’arte colpite.

Gli interventi

Lo Stato si rende conto che la tragedia è anche colpa degli interventi umani. Della mancata cura dei Murazzi, la difesa dal mare che si è spezzata in più punti. Ci vorrà qualche anno, alla fine viene approvata all’unanimità dal Parlamento la prima Legge Speciale, la 171 del 1973. Una legge “ideale”, carica di buoni propositi. Molti non verranno mai applicati. Passano gli anni e si perde di vista l’importanza degli interventi diffusi, dell’ecosistema, della laguna che contiene la città e le sue isole e va preservata dalla speculazione e dalla modernità.

Il bollettino meteo del 4 novembre 1966
Il bollettino meteo del 4 novembre 1966

Nel frattempo si scava il grande canale Malamocco Marghera, per far passare le petroliere in laguna. Un’altra ferita contestata dagli ambientalisti e da Indro Montanelli con il Fronte per Venezia – di cui fa parte anche lo storico fondatore di Italia Nostra Pino Rosa Salva – che finisce in tribunale. E vince la causa.

Undici anni dopo, nel 1984, la seconda Legge Speciale. Che dà vita anche al Consorzio Venezia Nuova, grandi imprese che potranno applicare la salvaguardia senza gare d’appalto e senza controlli. Per molti è la madre di tutte le tangenti. Un monopolio potentissimo, che porterà trent’anni dopo al grande scandalo, con gli arresti dei vertici del Consorzio, a cominciare dal suo ideatore e presidente, Giovanni Mazzacurati.

Il Mose

Qui la storia accelera in direzione del Mose. Si punta tutto o quasi sulla grande opera. 78 paratoie mobili di acciaio, ancorate sul fondo e attaccate con cerniere sofisticate alle basi in calcestruzzo. Promesse, ritardi, sprechi, errori e aumenti di prezzi.

Il travaglio del Mose dura vent’anni, tra pareri contrastanti, critiche e spinte della lobby che vuol avviare i lavori. Lo farà Silvio Berlusconi nel 2002, con la posa della prima pietra alla presenza del sindaco Paolo Costa, del patriarca Angelo Scola e del presidente della Regione Giancarlo Galan, che poi finirà anch’egli nello scandalo. Tutte le risorse vengono destinate alla grande opera. La Legge Speciale – e con essa la manutenzione della città – viene cancellata, nonostante le proteste del sindaco Massimo Cacciari.

Il grande scandalo

Non è finita, perché il Mose viene travolto dal grande scandalo. Nel giugno del 2014, 42 arresti, perquisizioni, e un’inchiesta che solleverà molti veli sulla storia trentennale del monopolio. A guidare il Consorzio, al posto di Mazzacurati e del direttore Baita, anch’egli arrestato, tre amministratori straordinari nominati da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione. Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo prendono la guida del Consorzio e delle sue società.

I lavori si fermano, i conti vengono rimessi a posto. Ma i ritardi si accumulano. E i costi aumentano. Il Mose è costato fin qui quasi 7 miliardi di euro. Nel progetto originario doveva costare uno e mezzo. Doveva essere pronto nel 1995 mentre oggi, nel 2026, non è ancora finito, nonostante i commissari (Spitz e Miani) e la nuova Autorità della laguna.

Le incognite sul futuro

E pesano le incognite sul suo futuro. Di 78 paratoie sistemate nelle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, soltanto 5 sono state sollevate, controllate e ripulite. Di questo passo la manutenzione si concluderà tra almeno dieci anni. Non è stata più finanziata l’opera di difesa delle rive e di rialzo della città, i canali portuali che dovevano essere ridotti di profondità, come deciso dal Comitatone, vengono invece scavati per i lavori del Mose e per far entrare le grandi navi, le correnti sono più veloci, l’erosione aumenta e la laguna perde in mare ogni anno almeno un milione di metri cubi di sedimenti, con la distruzione delle barene e del suo fragile tessuto interno.

Sei decenni dopo la tragedia – e la sua replica, con l’Acqua Granda del novembre 2019 – la città è certamente più sicura. C’è il Mose, i litorali sono stati rinforzati, i Murazzi restaurati. La nafta è stata sostituita dal metano, la gente non abita quasi più ai piani terra. Ma i tanti problemi della laguna non sono affatto risolti.

 

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