Il crollo degli Imperi e l'Europa incompiuta: l'impatto della Grande Guerra sul fronte orientale in un inedito di Demetrio Volcic

L'analisi del grande inviato Rai sul Primo conflitto mondiale, dalle premesse alle conseguenze. Un dramma che ha generato ferite con cui ancora oggi ci troviamo a fare i conti

Demetrio Volcic
Demetrio Volcic è stato per anni corrispondente Rai a Praga, Vienna, Bonn e Mosca

Vi proponiamo qui un inedito di Demetrio Volcic (Lubiana, 22 novembre 1931 - Gorizia, 5 dicembre 2021). Parla della Prima guerra mondiale, delle sue premesse e delle conseguenze dell'esplosione degli Imperi. Parla di noi e del nostro presente, ancor oggi alle prese con i detriti e le scorie dello scontro fra le anime culturali, etniche, politiche che contrassegnano la storia d'Europa.

Volcic, che fu anche editorialista di questo giornale, ci parla dall'alto di una vita intera da protagonista e non solo da osservatore dei fatti sul fronte orientale d'Europa, da indimenticato corrispondente Rai a Praga, Vienna, Bonn e in particolare Mosca. Poche settimane prima di morire, Demetrio ci consegnò una cartella densa di articoli e di appunti, pubblicata poi con il titolo "A cavallo del muro. I miei giorni nell'Europa dell'Est" (Sellerio, 2023, a cura di Livio Semolic e Paolo Possamai). Testi editi e inediti, come questo che vi presentiamo oggi. (p.pos.)

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Per parecchi Imperi è andata male. L'ultimo zar russo, Nikolai II, ha firmato l'abdicazione in un treno freddo a 300 chilometri da Pietroburgo, treno fermo perché i ferrovieri russi scioperavano. L'11 novembre del 1918, invece, lasciò la sua residenza viennese, salutato da 300 nostalgici cadetti, l'ultimo Kaiser dell'impero d'Austria e Ungheria. Ma Karlo firmò il documento con la matita: così gli aveva consigliato la furba Kaiserin Zita, perché non si sa ma i. Il giorno dopo i ladri svuotarono le residenze degli Asburgo e fu una fine almeno questa simbolica. Fuggivano intanto i re bulgaro e romeno e raggiungevano i castelli nei territori dei cugini meno esposti; l'ultimo sultano ottomano, Maometto VI, pure seguì il buon esempio.  

Nel momento di abdicare, i protagonisti passeggiarono per le rispettive sale alla ricerca di frasi storiche che non vennero, di sicuro non vennero all'altezza dei fatti e delle tragedie in atto. Soli, abbandonati dai vassalli, se la cavavano con parole semplici anzi quasi banali: “Abbiamo finito, anche questa è fatta, noi possiamo andarcene”.

Tutto ciò è scritto nei libri. Mancano i comprimari, che in certi momenti avevano avuto un ruolo ben superiore al loro peso specifico e soprattutto al ruolo apparente.

All'inizio lo scontro coinvolge meno di dieci Paesi, quattro anni più tardi, alla prima conferenza di pace nel 1919 a Parigi partecipando 27 nazioni dichiarate vincitrici. Forse non è fondamentale conoscere passo per passo le singole fasi del pensiero e dell'azione dei nuovi soggetti della storia, molti dei quali non avevano ancora espresso la propria statualità e che dunque da tempo, almeno dopo la comparsa dei nazionalismi più o meno virulenti, speravano in una possibile sconfitta delle potenze protettrici.

L’ingresso della fanteria italiana nell’attuale piazza Vittoria a Gorizia alla fine della Prima guerra mondiale
L’ingresso della fanteria italiana nell’attuale piazza Vittoria a Gorizia alla fine della Prima guerra mondiale

La letteratura specialistica sulle gesta dei Grandi è ben provvista, soprattutto in Italia. Alle battaglie isontine sono dedicati almeno 500 libri, spesso di buona qualità. Non mancano dettagli su nessuna delle fasi. Sono meno numerosi in Francia i libri ei manuali sugli scontri sulla Marna ea Verdun, due capisaldi dell'epos. Docenti universitari adottano i vecchi testi consacrati da decenni, in compenso la memoria è assai viva con un costante flusso turistico nazional-popolare di molto superiore a quello italiano. Sono comunque Italia e Francia i due grandi paesi consumatori del mito del '14-'l8.

Nel momento in cui si pensa di risollevare le sorti del turismo di memoria nella zona di Gorizia e di Trieste, sarebbe interessante conoscere meglio come se la sono passata gli altri. Alcuni manuali scolastici di vari Paesi (sfogliati per lavoro e non per diletto) coincidono solo per le date e i luoghi, non per i contenuti. Il coraggio è nostro e la fortuna è loro. Si può far scorrere il Reno dal mare alle montagne e parlare dei misteriosi intrecci tra generali finti nemici. Nei prontuari sarebbe tempo di togliere certe angolosità da propaganda ideologica, dato che siamo nella Unione Europea.

Quasi sempre, infatti, nella manualistica e in buona parte della letteratura storica la vicenda nazionale ha un posto d’onore e prevale sul quadro complessivo di una contesa quanto mai complessa, con il rischio di non comprenderne certi passi. Lo scrittore Orhan Pamuk, premio Nobel, ricordava come nella sua scuola di Istanbul gli avessero parlato di sole tre grandi potenze mondiali, ossia America, Russia e Turchia, grandi quasi da sempre. E se non fosse diventato viaggiatore, forse anche lo stesso Pamuk si sarebbe portato addosso la gerarchia semplificata.

Non siamo neppure sicuri che gli eventi poco illuminati dai riflettori non abbiano influenzato anche situazioni locali. L’Ungheria, ad esempio, alla fine del conflitto è stata la vittima che ha pagato per tutti, perdendo terre essenziali per lo sviluppo contro Slovacchia, Croazia, Serbia, Romania ed altri nel momento in prevaleva idealmente la teoria del presidente americano, Thomas Woodrow Wilson, ossia di cercare quanto possibile i confini etnici.

Forse un saggio di colta divulgazione, non pedante e con testimonianze, retroscena, dialoghi virgolettati, con un po’ di sociologia e di geopolitica, come si usa sul mercato anglo-americano, permetterebbe al lettore medio-colto di appassionarsi all’argomento. Potrebbe anche a grandi linee riempire i buchi sulla condotta dei l7 Paesi, apparsi e qualificati come vincitori a Parigi.

Esistono lavori di questo tipo sul mercato americano e inglese. Da noi il professor Mario Silvestri, docente e specialista di impianti nucleari al Politecnico di Milano, decise di dedicare cinquemila ore di studio e di scrittura a un libro di 500 pagine sul tema della Prima guerra mondiale, un hobby nobile quanto lontano dal suo mestiere.

Una casalinga americana, la signora Barbara Tuchman, priva di una preparazione specifica, madre di parecchi figli, ha speso 40 anni per studiare la Prima guerra mondiale e ha vinto il premio Pulitzer, diventando un caso letterario nel suo paese. Ha potuto lavorare in pace, perché la famiglia di banchieri ebrei newyorchesi le aveva assicurato la vita, ma il genio era suo e anche il tema prescelto. Contiene 500 pagine. Sono interessanti i frequenti inviti a non tirare le conclusioni, anzi a chiudere i singoli capitoli prima di arrivare a conclusioni troppo precise e alle professioni di fede, in quanto escono sempre nuovi dettagli e angolazioni. Sulla prudenza nei giudizi storici ha detto fra l’altro la sua anche Mao Tsetung. Quando gli chiesero un parere sulla rivoluzione francese, rispose che era troppo presto per parlarne.

ll capitano austro-ungarico Ljudevit Pivko assestò un duro colpo all’Impero riuscendo ad organizzare i disertori sloveni - d’accordo con l’esercito italiano

di Cadorna -, sfruttando la copertura della società sportiva Sokol

In una vecchia libreria dell’usato a Lubiana trovai un volume dal titolo “Contro l’Austria”, (Proti Avstriji), scritto negli anni Venti del ’900 dal capitano austro-ungarico Ljudevit Pivko, di etnia slovena, laureato a Vienna, dopo la Prima guerra docente di filosofia nelle scuole medie superiori.

L’autore ricorda, ad esempio, che gli ufficiali dell’esercito austro-ungarico etnicamente slavi, (cechi, polacchi, croati, sloveni ecc.), erano organizzati nella società Sokol che si proponeva, sotto la copertura di società ginniche, di coltivare lo spirito del panslavismo (modelli di organizzazione comparabili in Italia con la Ginnastica Triestina o la Ginnastica Goriziana e in Germania con il Turnferein). L’ esistenza capillarmente ramificata del Sokol è nota, meno la capacità di mobilitare in poche settimane gli adepti dell’intero impero.

In Slovenia gli iscritti erano 10.000 (i loro dirigenti erano soprattutto giovani liberali, laureati in una delle tre università dell’impero), in Cecoslovacchia nel 1914 erano già in 100.000. Il nazionalismo slavo era un forza dinamica che si propagava velocemente. A partire dagli anni Venti dell’800, la percentuale di coloro che usavano la lingua ceca a scapito del tedesco era così alta che richiedeva ormai il pieno bilinguismo.

Quando l’allora sottotenente Pivko, arruolato all’inizio della guerra, arriva a Tolmino il gruppo di congiurati è già costituito. Gli ufficiali slavi discussero la propria posizione nazionale. Dopo dubbi, discussioni e fratture interne, la maggioranza decise come obiettivo principale la scomparsa dell’impero austriaco. Con l’entrata dell’Italia in guerra, Pivko e i suoi cominciarono a tastare il terreno. Rischiando la morte passavano le trincee per incontrare un ufficiale dei servizi segreti italiani, capitano Finzi, alle dirette dipendenze del generale Cadorna.

Vari reparti militari dell’Impero austro-ungarico avevano spesso una radice regionale e dunque anche etnica, ma operavano lontano dalle proprie case. Il legame delle terre comuni facilitava il rapporto tra gli ufficiali e la truppa. I giovani ufficiali di riserva, conquistati dalle teorie del nazionalismo, non avevano difficoltà a spiegare al soldato semplice che l’esercito che servivano non era il loro. Tant’è che con il passare dei mesi e la fine dell’illusione di una conclusione veloce, il populismo delle etnie aumenta e si rafforza il senso di appartenenza diversa. La lingua tedesca in cui da secoli venivano impartiti gli ordini, all’improvviso diventa un’imposizione arrogante. La macelleria del ’14-’18 ha condannato l’eroismo guerresco e la retorica del romanticismo. La guerra di movimento, si trasformò in guerra di posizione, fangosa, brutale, dando l’impronta all’intera Prima guerra. Altro che romanticismi!

Pivko e i suoi attraversavano ogni settimana le trincee spiegando ai commilitoni austriaci di voler raccogliere la frutta abbandonata nella terra di nessuno. Le mele evitavano il pericolo del fuoco amico. Al mattino il gruppetto di ufficiali rientrava nelle proprie linee con cesti di mele per tutti. Pivko andò parecchie volte al quartiere generale di Cadorna a Vicenza e con Finzi elaborarono e firmarono un accordo di diserzione che si realizzò.

Così nell’autunno del 1917 l’Italia ebbe circa ventimila di questi soldati transfughi. Non fu loro permesso di formare una propria legione straniera sul modello francese, che fu invece concessa ai Cechi, attivi ancora per anni nel disordine russo contro l’esercito di Lenin. I disertori sloveni furono assegnati a vari servizi con compiti che andavano dalla ricognizione del territorio, fino alla propaganda presso le popolazioni frontaliere.

Portavano le uniformi italiane con un particolare contrassegno; formalmente si trattava di prigionieri di guerra con uno status particolare, liberi di muoversi sul territorio, di usare le ferrovie e avevano anche un contributo finanziario.

Questa è una delle moltissime storie, fuori dalla retorica corrente, delle quali non si sa quasi nulla. Più conosciuta, poiché ha dato risultati geopolitici, è una seconda vicenda slovena. Nelle situazioni di confusione finisce per contare la personalità di un capo. Un maggiore di nome Rudolf Maister dirigeva i depositi militari austriaci nella città di Maribor al termine del conflitto. Fermando reparti dei soldati sloveni che in disordine tornavano a casa, il maggiore fornì loro armi, vestiti, cibo ed ebbe un colpo di genio nell’autoproclamarsi generale di un esercito che in quel momento non esisteva ancora (in pochi mesi sarebbe diventato quello jugoslavo).

Creò un suo esercito personale il neo generale Maister e grazie al suo atteggiamento energico, a momenti arrogante, minacciando rappresaglie, dispiegando i suoi nelle vie centrali, in una situazione di confusione totale, diede l’impressione di essere padrone della situazione fino a riuscire a spaventare e a far fuggire i cittadini di lingua tedesca da due città, Maribor e Celje, in prevalenza tedescofone.

Un semplice maggiore di fanteria riuscì dunque a conquistare due città importanti e alla Conferenza per la pace la Jugoslavia appena nata poté mantenere buona parte dei territori occupati da Maister. Per certi versi, l’azione del maggiore-generale presentava paragoni con l’impresa di D’Annunzio a Fiume.

Il maggiore di fanteria Rudolf Maister dirigeva i depositi militari austriaci nella città di Maribor alla fine del conflitto. Arrivò a crearsi un suo esercito personale mettendo in fuga tutti i cittadini tedeschi presenti nella zona

Gli errori si avvertono di più quando la situazione è tesa. Nei momenti dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra, in Alto Adige per la prima volta si avvertì la possibilità di finire in Italia. Il comandante austriaco generale Franz Conrad, specialista delle guerre in montagna, sbagliò tutte le mosse e cominciò la sua offensiva non in marzo, ma in maggio, concedendo così del tempo prezioso al suo avversario Luigi Cadorna. Si lamentò del tempo, della nebbia, scaricò le colpe in tutte le direzioni, ma non menzionò l’indolenza delle truppe perché sarebbe stato politicamente scorretto.

Deputati delle nazioni dell'Impero frequentavano ancora Vienna, ma aprirono canali di comunicazione e uffici nazionali a Parigi e Londra. I più attivi erano i Cechi. In Austria intanto i separatisti chiedevano autonomie nazionali dichiarando la fedeltà alla corona asburgica. Così si proteggevano contro ogni rischio. Se l'irredentismo fosse stato dichiarato, poteva scattare l'accusa di alto tradimento . Con un mascheramento, il capo cattolico della Slovenia, reverendo Anton Korosec, nella sua visita di presentazione all'imperatore Karlo, chiese per gli slavi lo stesso trattamento di cui già godevano gli ungheresi, vale a dire un assetto a tre Stati confederati, sotto la corona degli Asburgo. Pochi mesi più tardi, il 27 settembre l918 a Vienna, il Kaiser Carlo parlò ancora con Korosec, per esprimere il proprio consenso sulla tripartizione. Lo sloveno rispose: troppo tardi, Maestà.

Il 9 ottobre i giochi sembravano chiusi. Il presidente americano Wilson si dichiarava non autorizzato a cominciare le trattative per la cessazione delle ostilità , spiegando che i cechi avevano deciso la costituzione di uno Stato indipendente non più legato alla corona d'Asburgo. Simile fu l'atteggiamento dei polacchi e degli slavi del Sud. L'Ungheria voleva sottrarsi alle conseguenze della sconfitta e scaricava la colpa per la guerra sull'Austria tedescofona.

Il governo americano aveva riconosciuto ai cecoslovacchi la qualifica di belligeranti ed erano quindi i loro dirigenti che dovevano occuparsi degli affari politici militari della nazione e non più Vienna. Wilson aveva riconosciuto pure la legittimità delle aspirazioni jugoslave ad una propria realtà statuale.

A dispetto della disfatta militare, la famiglia imperiale continuava a vivere a Schoenbrunn, nonostante le preoccupazioni della polizia perché mancavano i guardiani responsabili della sicurezza degli imperiali. Ma la vita continuava normalmente. La capitale aveva capito che l'imperatore se ne andava, continuava in qualche modo lo Stato . Vienna si è calmata quando dopo le notizie catastrofiche quotidiane, al mattino aprivano le banche e le amministrazioni.

In Italia il 4 novembre si festeggiava la fine del conflitto, il 10 novembre Vienna ricevette la notizia della fuga dell'Imperatore di Germania Guglielmo II e solo il giorno dopo Karlo abbandonò la sua capitale, per inaugurare l'anno accademico in una città ungherese. —

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