Un anno di angoscia senza Matteo Vendramin: «Non smettete di cercarlo, ovunque»

È passato un anno dalla scomparsa dell’uomo di 32 anni, residente a Conegliano. L’auto e il cellulare furono trovati a Rua di Feletto, ma del giovane nessuna traccia. La famiglia chiede di continuare le ricerche. Lo psicoterapeuta: «Fuga per un peso insostenibile»

Franco Allegranzi, Salima Barzanti

Ci sono momenti in cui il tempo scorre veloce. E momenti in cui rallenta, fino quasi a fermarsi. Come avviene per i parenti che vivono la sofferenza della sparizione di una persona cara da un anno. Un anno. Un’eternità. Un soffio di vita, o una vita intera.

Si può davvero svanire nel nulla, come nebbia al sole, nell’era dei satelliti che tracciano ogni nostro respiro, degli smartphone che ci incatenano al mondo, dei droni e delle telecamere così affamati di volti? Sembra un paradosso, un cortocircuito della modernità. Eppure succede. Nel 2026.

In cima a un precipizio

Riprese le ricerche di Matteo Vendramin
Riprese le ricerche di Matteo Vendramin

Il coneglianese Matteo Vendramin, trentadue anni, una laurea e un master in tasca, brillante impiegato nella sede della Hausbrandt a Nervesa della Battaglia, pare essere scivolato proprio attraverso le maglie di questa fitta rete digitale. Come ha fatto? Sembra impossibile.

È stato inghiottito dal silenzio il 7 ottobre del 2025, giorno in cui la sua vita si è spezzata in un "prima" e in un "dopo" a Rua di Feletto, ad appena una manciata di chilometri dalla casa di Campolongo, frazione di Conegliano, dove viveva con la madre. Quel martedì d’autunno il giovane portava con sé l’ombra invisibile, ma pesantissima, dell’ansia. Per una malattia, forse. Che però non era stata diagnosticata.

Ai colleghi aveva detto che avrebbe fatto un esame specialistico a Conegliano e che poi li avrebbe raggiunti al lavoro nel pomeriggio, nella stabilimento a mezz'ora da Rua. Ma la strada della sua vita ha imboccato all’improvviso un'altra direzione e non sappiamo ancora dove l’ha portato.

Un anello di vita

Nel corso della mattinata di quel 7 ottobre, la sua Toyota Yaris è apparsa in piazza a Rua, lasciata in uno stallo dalle righe bianche di un piccolo parcheggio. Dentro la vettura, intatti, sono rimasti il cellulare, la borsa da lavoro e il cestino del pranzo. Matteo si è allontanato a piedi, portando con sé soltanto i documenti e le chiavi dell'auto.

Le telecamere private di due abitazioni ne hanno registrato i movimenti sconnessi, frammenti di un’attesa senza nome: lo si vede fare il giro dell’isolato, tornare più volte verso la macchina, poi incamminarsi sul marciapiede che collega Rua a San Pietro di Feletto. Avanti e indietro, a passo calmo ma con lo sguardo basso e le mani affondate in tasca. Come qualcuno che è in attesa. Di una persona. Di una decisione. Di una svolta nella propria vita. Non si sa.

Orologio della scomparsa

Alle 9.46 le sue dita hanno sfiorato per l'ultima volta lo schermo del telefono per consultare Google Maps, prima che l'apparecchio venisse abbandonato nel veicolo. Poi, alle 12.26, l'occhio freddo di una videocamera ha catturato il suo ultimo fotogramma pubblico.

Da quel momento, il buio. Da allora il tempo si è fermato, congelato in un limbo tormentato di domande che si rincorrono senza trovare approdo. Oggi la sua sparizione è uno dei casi più oscuri degli ultimi anni, nel vaso di Pandora delle persone scomparse: non c'è una motivazione chiara e non ci sono piste certe.

Tante ipotesi

Matteo Vendramin, di Conegliano: è scomparso dieci mesi fa
Matteo Vendramin, di Conegliano: è scomparso dieci mesi fa

C'è chi immagina il bosco poco distante come una trappola improvvisa, teatro di un incidente fatale tra la vegetazione. Ma i boschi di Rua non sono la foresta del Cansiglio e non hanno i dirupi delle Dolomiti. Soprattutto, sono boschi puntellati di residenze, spesso seconde case, mai abbandonate. Volontari, droni, cani della polizia: nessuno ha trovato alcun corpo. Eppure lo spazio è ristretto.

C’è chi ipotizza l'agguato di un aggressore: con quale scopo e con quale esito? C’è chi immagina un allontanamento disperato per rinascere altrove, o magari una fuga concordata nei dettagli con qualcuno che lo ha aiutato a svanire senza lasciare alcuna traccia. E qua viene in mente una strana analogia con la sparizione di Marianna Cendron. La giovane cuoca di Paese ha lasciato il suo ultimo messaggio al mondo in cui viveva con un biglietto per i colleghi: istruzioni per le vivande da preparare il giorno dopo e un arrivederci al giorno successivo. Anche Matteo ha scambiato parole al telefono con i colleghi, per dire: arriverò più tardi.

Chi è travolto da uno tsunami emotivo e da uno stato di prostrazione che gli fa desiderare la morte, davvero rivolge il suo ultimo pensiero al lavoro? E se fosse invece una tecnica dilatoria, un modo per differire l’avvio delle ricerche e per guadagnare tempo? Chi può dirlo. Ipotesi che continuano a infrangersi contro il muro di un'assenza totale di indizi.

Una disperata ricerca

Matteo Vendramin nell'appello su Chi l'ha visto
Matteo Vendramin nell'appello su Chi l'ha visto

Centinaia di persone, tra forze dell'ordine, volontari, amici e la sorella Elena, hanno setacciato per settimane il territorio del Felettano senza trovare nulla. Nemmeno i cani molecolari, con il loro fiuto capace di scavare nella terra e nella memoria dei luoghi, sono riusciti a trovare un filo da dipanare.

A fine agosto, a Vicenza, due presunti avvistamenti, il 26 e il 30, avevano riacceso per un istante una fragile fiammella di speranza, presto spenta dalla gelida conferma della realtà: si trattava di un'altra persona, un clochard quarantenne che chiedeva soldi per il cibo. Non era Matteo.

Cuori che non battono

Il 3 marzo scorso Matteo ha compiuto trentadue anni, un compleanno trascorso nel silenzio di una sedia vuota. E mentre i giorni continuano ad accumularsi come foglie secche, la zia Lucilla proprio quel giorno non ha dimenticato di gridare il proprio dolore contro il rischio dell'oblio, lo stop totale delle ricerche, implorando di non spegnere i riflettori e inviandogli un messaggio che ha attraversato il vuoto: «Noi siamo qui, ti pensiamo e ti aspettiamo. Ovunque tu sia, buon compleanno Matteo».

I mesi sono passati. L’appello disperato è stato ripetuto anche nel municipio di Conegliano, con il sostegno morale dell’amministrazione comunale e del sindaco Fabio Chies. Il tempo intanto scorre lentissimo. Ci sono cuori che attendono notizie, come quello di zia Lucilla, che invocano la continuazione delle indagini e lo svolgimento di nuovi accertamenti.

Cercare ancora

Anche pochi giorni fa, la zia Lucilla: «Non può essersene andato di sua spontanea volontà. Le ricerche devono continuare. E le segnalazioni, anche se errate, come quelle di Vicenza, sono tutte molto importanti. Aiutano a tenere alta l’attenzione sul caso. La realtà è che non ci resta che sperare in un avvistamento fortuito anche se non si dovrebbe mai dipendere solo dalla fortuna o dal destino, quando è in gioco la vita di una persona».

Serve un pool specializzato per la ricerca delle persone scomparse, come esiste in altri Paesi. Anche la famiglia Vendramin ne è convinta, come tante altre famiglie che, negli anni scorsi, hanno avuto la stessa sorte spietata. E la zia è convinta anche di un’altra cosa: lui non avrebbe mai lasciato la sua vita così, senza guardarsi indietro.

Lo psicoterapeuta: «Fuga per un peso insostenibile»

Lo psicologo Oscar Miotti
Lo psicologo Oscar Miotti

Il labirinto delle assenze. Il dolore di chi resta e che si trova ad affrontare un lutto “senza data di scadenza”. Di fronte ad un numero sempre maggiore di persone scomparse (l'ultimo in ordine di tempo è appunto il coneglianese Matteo Vendramin), alcune volontariamente, altre in maniera drammatica, proviamo ad addentrarci nei meandri della mente e del cuore di chi è protagonista di una sparizione. A parlarne è Oscar Miotti, psicologo e psicoterapeuta, esperto in psicotraumatologia che lavora a Castelfranco e ha fatto parte anche dell'associazione Penelope Veneto, che appunto sta al fianco delle famiglie che devono affrontare la scomparsa di un congiunto.

Dottor Miotti, cosa può accadere nella mente di chi decide di sparire? Pensiamo a sparizioni volontarie, quindi solo una parte dei casi, perché molte non lo sono ...

«Spesso ci troviamo di fronte a persone che vogliono alienarsi da un contesto ritenuto ormai insostenibile. Mi è capitato di intervenire professionalmente per il caso di un ragazzo che aveva lasciato un messaggio in cui diceva che si sarebbe allontanato per un po' di tempo e che sarebbe tornato, chiedendo di non cercarlo subito. Non era un biglietto di commiato nel senso tragico del termine, ma la dinamica tipica di un allontanamento da un mondo in cui non si sentiva più idoneo a vivere e a far fronte alle pressioni quotidiane. Chi compie questo passo può anche attraversare una fase in cui la reputazione sociale si sgretola, la stima di sé crolla e matura il desiderio lucido di ricominciare altrove per sottrarsi a un giudizio che avverte come intollerabile. Altre volte, invece, si tratta di un vero e proprio proposito di fuga per tagliare i ponti con il passato».

Qual è l'impatto emotivo sui familiari che restano sospesi in questo limbo, fin dalle prime ore della scomparsa?

«Ho fatto parte dell'associazione Penelope Veneto, nata per dare supporto immediato e concreto alle famiglie e ho potuto toccare con mano queste situazioni. Chi resta vive uno sconvolgimento emotivo totale e devastante: le persone smettono di mangiare, sprofondano nell'angoscia più nera, lacerate dall'incertezza. C'è un disperato bisogno di supporto immediato, di una rete organizzata che intervenga tempestivamente per dare sollievo e affiancare l'altro lavoro, quello svolto dalle autorità e dalle forze dell'ordine. Nella grande maggioranza dei casi gestiti con prontezza, le persone vengono fortunatamente ritrovate nell'arco di pochissime ore, ma la casistica dei casi irrisolti resta drammaticamente ampia e complessa da gestire, soprattutto appunto per chi resta».

Esistono purtroppo molte situazioni in cui la scomparsa sembra definitiva. Quali dinamiche si celano dietro queste fughe senza ritorno?

«A volte possono esserci situazioni inconfessabili che colpiscono personalità apparentemente compensate e stabili. La paura della vergogna sociale e della distruzione della propria immagine pubblica può spingere a un auto-annientamento simbolico, alla necessità assoluta di sparire perché l'errore, se di errore si tratta, è vissuto come imperdonabile. Di base c'è una profonda fragilità nel tollerare lo sbaglio e l'imperfezione. Quando si teme un giudizio universale stigmatizzante, la fuga diventa l'unica difesa estrema contro il crollo psichico totale».

E nei casi in cui subentrano disturbi psichiatrici più strutturati, come la depressione?

«Nel delirio paranoide il comportamento risponde a una logica ferrea e interna alla patologia: la persona sente gli altri come pericolo e sente che non può fidarsi di nessuno, arrivando a considerare una minaccia persino i familiari più stretti. Sono soggetti ad alto funzionamento cognitivo, molto intelligenti e dettagliati nei loro piani di fuga. Scelgono deliberatamente di rendersi invisibili e di vivere in balia, ad esempio, della strada, come alcuni clochard piuttosto che rischiare un legame che potrebbe ferire. Vivono senza legami stabili e duraturi, per paura di soffrire, anche».

A volte capita di trovarsi di fronte a un problema, di salute o di lavoro, o ad una difficoltà di altro genere. Si può arrivare a pensare che allontanarsi sia l'unica soluzione?

«A volte può accadere che una persona si senta sopraffatta dai problemi e maturi la convinzione di essere un peso insostenibile per i propri cari, arrivando a pensare che la famiglia starebbe molto meglio senza di lei. Ci sono scomparse anche legate a dinamiche di questo tipo».

Ci sono famiglie che attendono per molti anni e non perdono la speranza. Ma a volte la persona non viene ritrovata. Come si elabora un possibile lutto che non ha certezze?

«Il lutto per una persona scomparsa è un dolore continuo che non si chiude mai davvero, alimentato da una speranza di ritorno che resiste anche dopo decenni. Le famiglie rimangono bloccate in una sospensione dolorosissima, incapaci di voltare pagina. Il compito terapeutico non è cancellare l'attesa, ma aiutare chi resta a riprendere possesso della propria esistenza, a reinvestire sul futuro nonostante la ferita aperta».

 

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