
Dan Peterson, 90 anni da leggenda
Antonio SimeoliRoberto Premier, l’ex play dell’Olimpia Milano ripercorre carriera, metodo e umanità del coach che ha fatto la storia del basket italiano
Whatsapp all’Ariete di Spresiano: scusi il disturbo, venerdì compie gli anni coach Peterson potremmo rubarle due minuti?
Risposta: «Sono in Thailandia, chiami subito, son le 22.30 qui sto cazzeggiando in giro».
I restanti 30 minuti sono un affresco fotonico del più leggendario coach della pallacanestro italiana piombato in Italia , con una triangolazione dal Cile, dagli Stati Uniti nel 1973 ie diventato un’icona per quello (enorme) che ha fatto allenatore di basket e per quello (altrettanto enorme) che ha fatto e continua a fare fuori senza la lavagnetta.
Roberto Premier oggi coach Dan Peterson compie 90 anni.
«E pensi che da una decina d’anni con mia moglie Laura (noto avvocato goriziano ndr) in questo periodo vengo a rilassarmi in Thailandia e immancabile arriva l’invito del coach, attraverso la moglie che si chiama proprio Laura, alla festa di compleanno. E mi tocca sentirle ancora, come quando mi rimproverava sul parquet, per dovergli dare buca».
Il primo incontro col il coach?
«Era il 1980 giocavo a Gorizia mi vide al mitico spareggio per la serie A a Reggio Emilia. Mi dissero poi che gli ero piaciuto, l’anno dopo eccomi a Milano. Mi aiutò a crescere, passo dopo passo».
Il coach era già arrivato a Bologna nel 1973...
«Abbigliamento nuovo, carattere di ferro, ambizione, gioco veloce: fece grande la Virtus portandola allo scudetto. Annusò però che la sua piazza ideale era Milano e la fece grande. Era avanti anni luce».
Che allenatore è stato?
«Velocità, reattività e soprattutto mentalità. Sin dai primi giorni in cui arrivai a Milano, accanto a mostri sacri come Meneghin o D’Antoni capii come la partita della domenica sarebbe stata la conseguenza diretta delle botte che ci davamo in settimana. Gli allenamenti erano durissimi, si giocava 5 contro 5 con una intensità pazzesca, spesso le riserve, e che riserve pensi a Vittorio Gallianari, battevano i titolari. Le partite della domenica erano la diretta conseguenza».
E il coach orchestrava.
«Gestiva. Peterson è stato un grandissimo gestore, tutto passava da lui, era un manager alla Ferguson nel calcio, controllava tutto e accumulava tutte le tensioni togliendole alla sua squadra».
Ha detto anche recentemente di essersi pentito di aver smesso a solo 5 1 anni.
«Certo, accumulava una tale tensione, perché per lui le partite erano una sofferenza, che ha smesso».
Poi però ha fatto la storia anche fuori dal parquet.
«Con le prime telecronache dell’Nba o del wrestling, gli spot in tv, le sue lezioni, la sua memoria elefantiaca, i suoi post sui social, il rtorno in panchina a 75 anni a Milano nel 2011».
Il 6 novembre 1986 la leggendaria rimonta di 31 punti all’Aris in Coppacampioni: cosa vi disse prima il coach?
«Dopo una settimana di allenamenti...come se giocassimo a briscola ci disse prima della partita: recuperiamo un punto al minuto. Semplice no? Lui era così. Forgiò un gruppo inarrivabile in cui anche il capocannoniere della Nba Bob McAdoo si inserì con umiltà».
E allora?
«Tanti auguri coach...dalla Thailandia. E grazie di tutto».
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