Il presidente della Serie C, Marani: «Ridurre i costi, non le squadre»

«Se il passaggio da 120 a 60 squadre non ha eliminato i fallimenti significa che si è sbagliato l’obiettivo. Ho voluto Zola con me perché è uomo di calcio: grazie al suo intervento più giovani dai vivai e meno che scendono dalla A»

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Marani con Zola

Come può un giornalista di successo, già direttore di lungo corso del Guerin Sportivo e di Sky Sport 24, autore e conduttore di storie sul calcio, scrittore di libri fondamentali (“Dallo scudetto ad Auschwitz”) con cui ha avuto fama e riconoscimenti per aver riscoperto la figura di Arpad Weisz, lasciare il suo mondo e buttarsi nell'agone elettorale per diventare presidente della Lega Calcio di serie di serie C?

Matteo Marani risponde senza esitazioni. «Per una sorta di impegno e di sfida. Sinceramente non pensavo ad un profilo istituzionale, ma dopo oltre trent'anni di calcio visto e raccontato, mi piaceva l'idea di dare un altro tipo di contributo, anche se onestamente non me lo sarei aspettato. Ho portato le mie idee e mi sto impegnando in maniera totale, anche se non mi piace apparire troppo».

Come hanno reagito i presidenti che le avevano dato fiducia?

«Uno di loro mi ha detto: i primi mesi ti abbiamo studiato. Io ci ho messo subito la presenza e il lavoro. Il giorno dopo la mia prima elezione mi sono presentato in ufficio alle 7. A Firenze, sede della Lega, ci sono tutti i giorni, non ne ho mancato uno, la porta della mia stanza è sempre aperta, ciascuno dei sessanta presidenti può chiamarmi per qualsiasi problema. Poi viaggio molto, perché la serie C copre sessanta città e tocca 19 regioni, Vedi un'altra Italia, l'Italia che non credi possa esistere perché raramente va in prima pagina e non sempre per cose belle».

La serie C lo è?

«E' un ambiente straordinario e se c'è una cosa di cui sono orgoglioso è di essermi calato in questa realtà senza pensare a quello che facevo prima, la serie A o la Champions, anche se da analista. Era un rischio che correvo. Oggi, invece, grazie anche alla visibilità che abbiamo con Sky Sport e Rai Sport, della serie C si parla un po' dappertutto e gli stadi della nostra categoria sono tornati a riempirsi. Il campionato è appena cominciato, mi auguro che sia una bella stagione per tutti i nostri club».

C'è qualcuno che si sente di ringraziare?

«Prima di tutto i presidenti di società che, all'atto della rielezione, si sono espressi all'unanimità per il mio nome e tutta la struttura della Lega Pro, che mi ha seguito e accompagnato nel mio lavoro».

Ha detto che di serie C si parla ovunque, ed è vero, soprattutto se il vostro Var a chiamata sembra l'unico che funzioni.

«Si chiama Football Video Support e consente agli allenatori di intervenire richiamando l'attenzione dell'arbitro. Da questa stagione passeremo da due a quattro telecamere, migliorando il servizio. Certo, quando sento il presidente del Napoli, De Laurentiis dire che serve il Var a chiamata o Allegri sostenere che bisogna fare come la serie C, penso che stiamo battendo la strada giusta».

Anche perché il Var della serie A, non ve lo potete permettere.

«Proprio così. E chi lo chiede ignora che servirebbero decine di milioni di euro per coprire tutto il campionato. Tuttavia ce lo possiamo permettere per i playoff dove da due anni lo abbiamo inserito in tutte le partite».

Eppure, presidente, non si può nascondere che la C abbia ancora dei problemi.

«Oggi la categoria vive solo dell'impegno di imprenditori e volontari. Tutte le società ci rimettono. Chi tantissimo, chi un po' meno, chi fa miracoli. Ma la rimessa è certa e inevitabile. Poi chi sale dalla serie D si trova a misurarsi con una realtà completamente diversa, Io vado a trovarli tutti perché è importante che capiscano cosa bisogna cambiare. Tre anni fa, il presidente del Carpi, mi disse: ho capito che, per fare la C, devo mettere in piedi un'azienda. Non scherzava».

Per questo, forse in maniera semplicistica, molti chiedono la riduzione del numero di squadre e dei gironi.

«Noi, prima di tutto, siamo favorevoli alla riduzione dei costi, questa è la nostra prima necessità. Anche perché prima la serie C era a 120 squadre e le società fallivano. Poi sono diventate 90 e fallivano. Adesso sono 60 e, a volte, falliscono. Cosa significa tutto questo?»

Cosa significa?

«Significa che si spende più di quanto si possa».

C'è chi dice che manchino adeguati controlli.

«Per quanto ci riguarda, noi abbiamo chiesto un'attività di controllo anche più ferrea, proprio per tutelare i campionati e le società che vi partecipano. Ma pochi sanno che l'attività della Lega non è di controllo, come non è di sanzione. La Federazione è il governo, la Lega è la confindustria. Il controllo prima era della Co.vi.soc. , mentre oggi è dell'agenzia governativa. Il problema vero è un altro, anzi altri due».

Quali?

«Il primo è che noi siamo soggetti alla volontà dei singoli imprenditori di investire nel calcio. Il giorno in cui qualcuno si stufa o smette, la società sparisce, perché da noi non ci sono i milioni dei diritti televisivi che possono fare da paracadute. L'ho detto anche in consiglio federale: è sufficiente che un presidente o una presidente litighi con moglie e marito per i soldi che mette nel calcio e noi siamo esposti alla crisi di una società. Ma le variabili sono molteplici: una difficoltà aziendale, un calo nei mercato, la morte di un investitore e la squadra non c'è più».

L'altro problema?

«La crisi del calcio italiano è complessiva e bisogna distribuire meglio le risorse, lavorando insieme e rispettando le necessità. La Lega di serie A, che noi abbiamo sostenuto convintamente per l'elezione di Ezio Simonelli a vicepresidente vicario della Figc, potrebbe darci una grande mano. Perché se salta una squadra di serie C è un danno per tutto il calcio italiano».

Discorso difficile e scivoloso.

«Non troppo, secondo me. Come si può pensare ad un vertice che funzioni se manca la base? O se la base, cioé la serie C, è abbandonata a se stessa?»

In pratica chiedete più soldi?

«Non si può riservare alla nostra Lega il 2 per cento delle risorse quando ai procuratori vanno 249 milioni l'anno. Non è questione solo di soldi è questione di logica: è impossibile andare all'università senza avere fatto le scuole elementari. E noi siamo la scuola elementare. La C ha formato calciatori, dirigenti, allenatori. Sacchi ha cominciato in C. Baggio, Vialli, Toni, Grosso, Tardelli, Zambrotta e Zola pure. La C è un serbatoio inesauribile e formativo».

E siamo arrivati alla riforma-Zola.

«Appena insediato l'ho voluto con me, perché uomo di calcio e perché ne conoscevo il valore. Era necessario che i club mettessero più attenzione nei settore giovanili perché le prime squadre dipenderanno sempre di più dai giocatori che vanno in prima squadra».

L'uovo di Colombo.

«Mica tanto. Prima le società si facevano prestare i calciatori dalle squadre di A e di B perché non avevano i soldi da investire anche nel settore giovanile. Quindi si affidavano all'assistenzialismo. Oggi, invece, chi li cura ha un triplo vantaggio: tecnico, cioé calciatori da valorizzare in prima squadra; sociale, cioé togliere ragazzi dalla strada dove è possibile ogni devianza; economico, perché abbiamo da suddividere lo 0,5 per cento della mutualità a chi meglio opera con i giovani».

Altre iniziative per far respirare le sessanta eroiche società?

«Il salary cup, ovvero la necessità di spendere solo il 50 per cento dei ricavi. L'anno prossimo sarà il 45 per cento, e tra due anni il 40. Lo ripeto: se non riduciamo le spese, non stiamo in piedi».

Quindi la sua famosa battuta – un terzino in meno e un laureato in più – non è per nulla una battuta?

«No, non lo è. Il calcio ha sempre più bisogno di professionisti fuori dal campo. Perchè la sostenibilità è tutto».

Il profilo

Matteo Marani (2 ottobre 1970), giornalista professionista, è laureato in Storia all'Università di Bologna. Ha collaborato con il Messaggero, il Corriere dello Sport-Stadio, il Sole 24 Ore. Al Guerin Sportivo ha cominciato nel 1992 come stagista, diventandone direttore nel 2008, carica mantenuta per ben otto anni. In ambito televisivo ha collaborato con Quelli che il calcio su Rai2, passando nel 2016 alla vicedirezione di Sky Sport e alla direzione di Sky Sport 24. E' stato anche autore e conduttore della serie monografica Storie di Matteo Marani. Dal 9 febbraio 2023 è presidente della Lega Italiana Calcio Professionistico. Confermato il 2 ottobre 2024 all'unanimità

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