Matteo Righetto: «Ritroviamo il silenzio perduto delle Dolomiti»

Lo scrittore padovano rieletto alla guida dei Cai di Livinallongo e Colle S. Lucia contro l’overtourism e la monocultura dello sci: «Non è manicheismo, ma buon senso: bisogna tornare al turismo lento. E basta aiuti pubblici alle stazioni invernali sotto i 1600 metri»

Paolo CagnanPaolo Cagnan

Matteo Righetto ha accettato il secondo mandato alla guida della Sezione Cai di Livinallongo-Colle Santa Lucia.

Lui, scrittore padovano che nelle Terre alte vive per buona parte dell'anno, e che dell'impegno su un nuovo (ma antico) modo di vivere la montagna ha fatto quasi una bandiera, all'assemblea di Arabba è tornato sui temi che gli sono cari, lanciando anche qualche stoccata.

Vorrebbe, ad esempio, maggiore unità d'intenti (in seno al Cai, si intende) sui temi della tutela ambientale e nel contrasto al turismo cafone, che ormai va per la maggiore e che sta diventando quasi il tema centrale: «Purtroppo - ha detto in assemblea - non sono molte le sezioni locali attente a queste tematiche. Mi trovo invece in piena sintonia con Francesco Abbruscato, Presidente Cai Veneto».

Righetto, alle osservazioni critiche contenute nel dossier Nevediversa di Legambiente, Valeria Ghezzi di Anef (gli impiantisti) ha in un certo senso risposto di "scendere dalla pianta" perché senza lo sci, la montagna è morta; e quindi nessun dietrofront sulla cosiddetta monocultura. Questo mi sembra già un punto interessante.

Senza la neve e senza l’acqua, il primo a morire sarà proprio lo sci. Per qualcuno rimane evidentemente un punto fermo, ma fermo nel senso fotografico. Chi insiste pervicacemente sulla monocultura dello sci non vede la fluidità delle cose che cambiano e non riesce a percepire i mutamenti in atto. Manca la capacità di comprendere che non c'è un futuro se ci limitiamo a guardare sempre e soltanto il presente. Panta rei, per citare Eraclito. La politica e le imprese dovrebbero chiedersi come sarà l'economia montana tra dieci anni, invece di dire "per noi le cose stanno così, punto e basta".

Proviamo a spacchettare tra mondo imprenditoriale e politica: l'imprenditore ha una visione che risponde non solo ma innanzitutto alla logica del profitto. Quell'imprenditore che dice "io faccio l’ottanta per cento del fatturato in inverno", secondo te, cosa dovrebbe fare?

L'imprenditore dello sci dovrebbe iniziare a riorientare e diversificare i propri investimenti. Nessuno vuole fare il luddista e smantellare gli impianti. Al momento va bene, ma poi? Ci sarà sempre meno neve, escursioni termiche forti e repentine anche in inverno, con costi di gestione altissimi. Che professioni svolgerà domani chi oggi è occupato stagionalmente sulle piste? Io mi preoccupo di chi perderà il lavoro, capisci? Bisognerà immaginarsi un turismo invernale differente e differenziato. Per non dimenticare poi una cosa: che le montagne sono luoghi vivi. Se vengono dissacrate solo in nome dei quattrini e le sue bellezze naturalistiche portate per questo ad agonizzare, hai voglia poi a parlare di turismo, e quindi di profitto. Se i luoghi perdono fascino, bellezza, poesia, chi ci verrà più in vacanza?

Nelle mezze stagioni però moltissimi esercizi sono chiusi, si fa fatica a bere un caffè in molte località. In altri territori montani la pluristagionalità è da anni un dato di fatto, primavera e autunno sono stagioni interessanti. Perché in Veneto si fa ancora così tanta fatica? Non ci entra in testa? È una questione mentale, organizzativa o di mancanza di personale?

Anzitutto è una questione culturale. La destagionalizzazione, si sta iniziando a praticare anche da noi, ma serve anche una "delocalizzazione turistica": veicolare il flusso non invernale in aree meno note e inesplorate. Abbiamo centri ammorbati dall’ultra-turismo e vallate inesplorate. Mancano le idee e le proposte per un turismo di valore che cerca il silenzio e la quiete, un movimento che rifiuta il modello luna park. Sempre più amanti della montagna, cercano esperienze di rigenerazione. E anche loro portano ricchezza e profitto, questo è il paradosso che non si vuole cogliere. La montagna non deve imitare la città. Questo è il format olimpico Milano-Cortina, che ci sta lasciando scorie impressionanti.

E quali sarebberono queste scorie?

La cosiddetta “riccanza”, cioè il turismo cafone e esibizionista, e poi le future macerie delle opere olimpiche, il consumo del suolo... Pensa alla ricostruzione della pista da bob, quando ce n'era già una a Innsbruck. Così com’è ora sembra un intestino crasso in necrosi dove prima c’era un lariceto secolare. L’esperienza di Torino 2006 avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, no?

Ma dicono che la pista da bob sarà usata frequentemente.

La useranno frequentemente? La prima occasione doveva essere a marzo per i campionati italiani, ma ho letto che sono saltati perché la pista è inagibile a causa di danni strutturali e anomalie tecniche. Altre conseguenze dei cinque cerchi? Quest'estate assisteremo a un ulteriore assalto ai passi dolomitici, e alla proliferazione dell’eliturismo. Perché i “global parties” richiamano gente a cui della salute della montagna importa poco, e ancor meno del silenzio. Chi cerca la quiete non avrà più pace. Nel mio libro “Il richiamo della montagna” ho definito tutto questo come “Alpicidio”.

Qualcuno potrebbe dirti: "Se vuoi il silenzio, vai in una grotta".

Sarebbe una provocazione stolta. Il tema riguarda il bene comune: il benessere psico-fisico anzitutto dei residenti che non ne possono più. Non ho mai sentito un residente felice di sentire un elicottero ogni dieci secondi, o di vedere i passi dolomitici intasati o di essere costretto ad ascoltare i decibel sprigionati dalle discoteche degli aprés ski. I residenti hanno ormai capito che vogliono pace, tranquillità, un'economia sostenibile, servizi e iniziative che contrastino lo spopolamento. E non dimentichiamoci la tutela dei boschi, dei prati, dei pascoli e delle crode che rappresentano l’identità della gente di montagna, nonché il primo e vero motivo per cui nei decenni si è sviluppato il turismo.

Ma i residenti, alla fine, ci campano di pace o questo "slow tourism" è solo un'idea romantica di fine secolo scorso? C'è un indotto economico reale?

Questa visione manichea è qualunquista. Non dividiamo per favore il mondo tra sviluppisti e primitivisti; cerchiamo piuttosto un equilibrio che porti vero progresso alle comunità. Il progresso non sono i grandi eventi. Il turismo lento porta un benessere più diffuso a tutta la comunità rispetto al turismo di lusso che ne arricchisce solo una piccola parte. Tornando alla politica: amministrare, a ogni livello, significa prospettare un futuro migliore per tutti, serve indubbiamente una visione diversa dal “tutto e subito” .

Ma quindi, ad esempio, saresti d'accordo nel non dare più finanziamenti pubblici per "rianimare i cadaveri", ovvero le stazioni sciistiche sotto i 1600 metri ormai spacciate?

Sono assolutamente d'accordo.

Quali rubinetti andrebbero aperti, invece?

Il grande problema è lo spopolamento, come dicevo. Per contrastarlo bisogna trattenere chi già c'è e richiamare nuovi residenti offrendo loro servizi, tecnologia, lavoro agile e una defiscalizzazione se si apre un’attività in montagna. Ma non qualsiasi attività, bensì occupazioni e professionalità che si inseriscano coerentemente nel tessuto socio-economico e culturale del paesaggio montano”.

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