Spreco alimentare: adesso è colpa anche degli influencer

Le nuove dinamiche di consumo legate ai social: va di moda l’acquisto di un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o un marchio dal packaging instagrammabile 

Filippo Tosatto

Una montagna di cibo distrutta a dispetto di ineguaglianze e sostenibilità. Nella media annuale, ogni italiano getta via 25,74 chili di sostanze alimentari (equivalenti a 112 euro) con un danno cumulativo pari a 6, 6 miliardi: metà del costo stimato per costruzione del Ponte sullo Stretto, una cifra sufficiente a finanziare per cinque anni consecutivi il sistema di Protezione civile e i piani di prevenzione dei rischi sismici e ambientali del Paese.

«Il sistema agroalimentare è sotto stress, crisi climatica e instabilità geopolitica si sommano, aumentando i costi di produzione e accentuando la pressione sui prezzi al consumo», commenta Andrea Segrè, il direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International sugli sprechi «e in questo scenario il fenomeno diventa ancora più inaccettabile, anche sul versante dei conti: è valore prodotto, acquistato e poi cancellato.

Il paradosso è che a sprecare di più sono ceti popolari: chi ha meno risorse “brucia” in proporzione una quota maggiore di reddito mentre i costi economici e ambientali conseguenti moltiplicano il divario sociale».

Terra, acqua, energia

Andrea Segrè, il direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International
Andrea Segrè, il direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International

Così, nella Giornata nazionale di prevenzione dello spreco (29 settembre, ndr), lo studioso triestino, docente di economia circolare a Bologna, snocciola i dati del nuovo Rapporto nel segno di un moderato ottimismo: «Scendiamo sotto la soglia psicologica dei 500 grammi di cibo gettato pro capite ogni settimana, per l’esattezza 493, 7 con un calo dell’11, 17% rispetto ai 555, 8 rilevati un anno fa e ai 554 monitorati lo scorso 5 febbraio. È un andamento che ci avvicina al target fissato dall’Onu, ovvero 369, 73 grammi settimanali, anche se le frequenti oscillazioni nel tempo impongono cautela prima di salutare un cambiamento strutturale».

Attenzione: ridurre le perdite equivale anche a salvaguardare la terra, l’acqua, l’energia e le risorse, accrescendo l’efficienza dei sistemi agroalimentari. In proposito, la mappa tracciata dai ricercatori evidenzia un Nord lievemente più virtuoso con 472, 2 grammi sprecati pro capite su base settimanale mentre il Centro si attesta a quota 510 e il Sud a 507,9.

«In particolare», segnala Segré «il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, eredi di cultura e tradizioni improntate alla sobrietà, manifestano maggiore attenzione ai consumi. Guai però a cullarsi sugli allori».

La grande distribuzione

Nel dettaglio, a penalizzare le regioni centrali sono il pane fresco e i prodotti lattiero-caseari, mentre il Mezzogiorno getta perlopiù le pietanze cucinate in eccedenza, in primis pasta cotta e snack salato. A “tradire” i cittadini a basso potere d’acquisto sono soprattutto gli scarti dei prodotti comprati in eccesso per cogliere le offerte: all’opposto, i nuclei familiari con figli evidenziano “maggiore regolarità e rigore nei pasti” rispetto alle coppie senza prole e ai single.

A Nordest la sensibilità si fa strada anche tra i colossi distributivi: “Meglio un grande sconto che un grande spreco”, è il motto del Gruppo Unicomm, che l’anno scorso ha destinato alle associazioni solidali merci provenienti dai magazzini per un valore di 3 milioni: articoli prossimi alla scadenza o in confezioni ammaccate (ma del tutto commestibili e sicuri) strappati al macero e recuperati alla comunità.

Alla redistribuzione delle eccedenze si affianca poi la prassi nei punti vendita Emisfero, Mega, Famila, Emi che, nell’ultima ora di apertura, scontano del 50% tutti i cotti dei banchi serviti e una selezione di freschi per un impegno economico annuale vicino ai 4 milioni.

Il danno digitale

In campo anche Coop Alleanza 3.0 che ad ottobre lancia l’app “Too Good To Go” in una settantina di negozi, incluso il circuito di Trieste e Udine: l’obiettivo è “dare una seconda possibilità al cibo ancora buono”, connettendo le persone a supermercati, alimentari, ristoranti e altri esercizi commerciali che, a fine giornata, hanno prodotti invenduti ma perfettamente consumabili.

In tutt’altra direzione procede “l’estetica effimera dei canali social che introduce dinamiche di consumo inedite ed estranee alla sostenibilità”, spingendo il 27% del campione ad acquistare un alimento insolito, un ingrediente di tendenza o un marchio dal packaging instagrammabile al solo scopo di fotografarlo, condividerlo online o provarlo per curiosità, salvo lasciarlo scadere o utilizzarlo in minima parte. Che altro?

Se nelle case vacanza il 66% degli ospiti riesce a consumare tutto l’acquistato, al ristorante è sempre più diffusa l’abitudine di utilizzare la doggy bag per portare a casa gli avanzi. Infine, il raffronto curioso tra statunitensi e italiani: i primi gettano 775 grammi a settimana (quasi 300 in più rispetto ai consumatori nostrani) ma a spiccare in negativo sono gli italo-americani, spreconi al 42% contro il 29% della media Usa.

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