InCe a Trieste, da trent’anni un ponte verso l’Est

Nel 1996 la città divenne sede del Segretariato esecutivo dell’Iniziativa Centroeuropea, nata dopo la caduta del Muro di Berlino. La storia, i piani, l’evento celebrativo

 

La redazione
Lo staff: il gruppo che lavora nella sede Cei di Trieste (foto Bruni)

Trieste costruisce da sempre ponti tra Est e Ovest. Invisibili, eppure solidi e frequentati. Da trent’anni la città ospita un acronimo che persegue una sintesi tra quadranti geoeconomici: l’InCe. Quando è nata, ancora sull’Europa non si era depositata la polvere del crollo del Muro di Berlino. Era il 1989 e l’Ince voleva far dialogare aree diverse: Italia, Ungheria, Austria e Jugoslavia, il primo poker destinato a generare tutta la partita.

Nel ‘96, appunto, l’insediamento a Trieste. Dopo tre decenni di tessiture, l’Iniziativa Centroeuropea conta 17 Stati e associarla a Trieste è diventato un gesto naturale. Il suo lavoro scavalca la diplomazia formale e ne prescinde: piani triennali, progetti comunitari, energia verde, sostegno alle piccole imprese, minoranze, turismo sostenibile, start-up e capitale umano. Un tempo foro politico, oggi laboratorio operativo, dove i protocolli si mescolano a speranza e pragmatismo.

Trent’anni per l’Europa: Trieste blindata per il vertice InCe
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Undivieto di sosta

L’Est, l’Ucraina, i Balcani. E “noi”, gli europei targati Ue. Anime diverse a un tavolo unico, rimarginando ferite e accompagnando, come osserva il segretario generale Franco Dal Mas, i percorsi laboriosi dell’integrazione europea. Oggi l’intuizione rivive con format contemporanei: i panel sulla connettività, i progetti transfrontalieri, le iniziative culturali.

Non è tempo di suonare fanfare, il mondo è in fiamme e la missione dell’InCe resta una sfida aperta, tra i Balcani in perenne anticamera per entrare nella Ue e l’Ucraina che difende con le armi il suo futuro europeo. Ma è significativo celebrare i trent’anni triestini di un soggetto che considera l’Europa della storia e della gente, e non solo quella delle adesioni comunitarie.

Fabrizio Brancoli 

 

Europa, obiettivo coesione

Nata l’11 novembre del 1989, a due soli giorni di distanza dalla caduta del muro di Berlino, l’Iniziativa Centroeuropea è un ponte verso l’Est che da 30 anni ha la sua sede operativa a Trieste. La coesione tra Paesi dell’area, già nell’Ue o sulla strada per entrarvi, resta l’obiettivo centrale che l’InCe (Cei, in inglese) sta costruendo grazie al proprio Fondo di cooperazione, Fondo Bers, progetti europei e sostenuti dalla Regione Fvg. In totale sono oltre duemila le iniziative finora realizzate. Il traguardo del trentennale del Segretariato esecutivo a Trieste rappresenta quindi una tappa importante, che sarà celebrata martedì dalle 10.30 al Generali Convention Center, in Porto Vecchio, alla presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani e degli omologhi di altri Paesi aderenti. Si parlerà del percorso fin qui compiuto, ma anche delle prospettive future del più antico forum di cooperazione regionale nell’area. Sarà l’occasione per valorizzare il ruolo di Trieste come ponte naturale tra Europa centrale, orientale, sud orientale e piattaforma internazionale di cooperazione.

Nascita e crescita

Nata nell’autunno del 1989 a Budapest, per iniziativa di Italia, Austria, Ungheria e l’allora Jugoslavia, l’Iniziativa è stata creata in un momento cruciale della storia europea, solo due giorni dopo la caduta del muro di Berlino, con l’obiettivo di favorire il dialogo politico, la cooperazione economica e il riavvicinamento tra Paesi a lungo separati dalla Guerra fredda. Un ruolo strategico che l’InCe è stata capace di mantenere negli anni immediatamente successivi, quelli del conflitto nei Balcani, ampliando progressivamente il suo network. Oggi sono 17 gli Stati aderenti, in parte già inclusi nell’Ue e in parte candidati a entrarvi, che a turno, per un anno, reggono la presidenza (ora è quello della Romania). Ce n’è un diciottesimo, la Bielorussia, al momento sospeso. L’ampliamento della platea è stato immediato con l’ingresso nel 1990 della Cecoslovacchia (e poi nel 1993 di Repubblica Ceca e Slovacchia) e nel 1991 della Polonia. L’eredità dello Stato jugoslavo è stata raccolta in pratica da tutti i suoi eredi tra il 1992 (Slovenia e Croazia) e il 2006 (Montenegro). Se l’allargamento a Est è stato costante, nel 2018 l’InCe ha perso l’Austria, che ha deciso di ricalibrare i propri interessi regionali.

Missione e ruolo

La missione InCe è promuovere la cooperazione regionale e sostenere il processo di integrazione europea dei Paesi membri. L’Iniziativa lo fa attraverso il dialogo politico, lo scambio di know-how e attività progettuali. Il ruolo di ponte tra Paesi dell’Ue e Paesi del vicinato passa da iniziative concrete, come, in ambito culturale, il Trieste Film Festival, il principale appuntamento italiano con il cinema dell’Europa centro orientale. Gli ambiti di azione sono quelli della governance, crescita economica, protezione ambientale, cooperazione interculturale, libertà di stampa, cooperazione scientifica, educazione e formazione.

Strumenti e fondi

Per trasformare il dialogo politico in azione concreta, l’InCe dispone di diversi strumenti operativi e finanziari. Il principale è dal 2002 il Fondo di cooperazione InCe, al quale contribuiscono tutti gli Stati membri, che finanzia attività di cooperazione regionale, conferenze, workshop, formazione e iniziative di networking. In tutto 1.500 iniziative dal 2001 con un cofinanziamento di 12 millioni di euro. Attraverso il Fondo di cooperazione l’InCe ha sostenuto anche attività a favore dell’Ucraina. C’è poi il Fondo dell’InCe istituito dall’Italia nel 1992 presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Da allora, l’Italia ha assicurato un impegno costante, con un contributo complessivo superiore ai 60 milioni di euro che ha permesso di finanziare circa 500 progetti, sostenendo così il proprio ruolo di partner di lungo periodo nei Paesi InCe non appartenenti all’Ue. È il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale a indirizzare la governance del Fondo.

L’anniversario

Il Segretariato esecutivo è stato istituito a Trieste nel 1996, durante la presidenza austriaca dell’InCe. Opera con lo status giuridico di un’Organizzazione internazionale, sulla base di un accordo di sede stipulato tra il governo italiano e la presidenza dell’InCe. Il Segretariato fornisce supporto amministrativo e concettuale alla struttura di governo dell’Iniziativa, di cui gestisce fondi e strumenti. In questi tre decenni il Segretariato ha svolto quindi un ruolo centrale nel coordinamento delle attività dell’InCe, contribuendo a promuovere il dialogo politico e la cooperazione tra i Paesi membri. —

Laura Blasich 

 

Il segretario Dal Mas: «Troppa burocrazia L’Ue proceda spedita all’ingresso dei Balcani. Aspettano da 20 anni»

Franco Dal Mas, segretario generale InCE (Foto Lasorte)
Franco Dal Mas, segretario generale InCE (Foto Lasorte)

L’InCe continuerà a lavorare per favorire «l’integrazione europea», specialmente nei Balcani occidentali, che da vent’anni subiscono «un eccesso di burocratismo dall’Ue», e per sostenere l’Ucraina aggredita dalla Russia. Una missione fondamentale perché – ne è convinto il segretario generale Franco Dal Mas –, citando Rainer Maria Rilke e Thomas Mann, «l’infanzia è la vera patria dell’uomo, e l’Europa è la nostra infanzia comune».

Segretario Dal Mas, si avvicina il trentennale del Segretariato dell’InCe: tempo di bilanci e di propositi...

«L’InCe deve continuare a fare quello che fa bene e può certamente migliorare. Con orgoglio posso dire che al segretariato nel 2025 abbiamo raccolto in una cornice di fattiva collaborazione l’Ungheria, l’Ucraina e la Serbia grazie alla nomina dei tre vice segretari, rispettivamente Zsuzsanna Király, Yurii Mushka e Ivana Pejović. Alla nascita dell’InCe appartenevano a blocchi differenti, ora sono in Ue o protesi verso l’integrazione europea. L’InCe è stato un piccolo tassello nel costruire ponti tra realtà diverse e lacerate. Il trentennale sarà un’occasione per ribadirlo».

Viviamo un momento segnato da crisi e guerre. Come sta l’Europa?

«È uno spazio di civiltà, dello Stato di diritto. Qui è nata la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, qui sono radicati i principi di tutte le Costituzioni dei Paesi occidentali. Noi ce ne siamo scordati, il senso della vittoria ci ha fatto perdere il senso della storia. Dobbiamo ritornare a questi valori. Non si possono cancellare i popoli con la loro storia, le loro peculiarità, questo ci porterebbe fuori strada. Ma quando nel mondo ci sono scossoni l’Europa si rafforza».

Eppure molti la vedono come un vaso di coccio tra vasi di ferro...

«Peggio per loro: prima o poi dovranno convincersi del contrario. La Ue ha dato segni di esistenza seppur divisa, è uno spazio di mediazione politica e culturale».

La nuova guerra del Golfo sta oscurando quella in Ucraina? L’InCe cosa può fare per tenere alta l’attenzione su quella crisi?

«L’InCe da subito ha condannato l’invasione (la Bielorussia è stata sospesa perché non ha aderito alla condanna, ndr). Ha fornito aiuti concreti, concedendo un milione dal fondo Ince-Bers per progetti di sicurezza energetica in Ucraina, fornendo aiuti umanitari. Proprio martedì, in occasione delle celebrazioni del trentennale, annunceremo anche una nuova misura della Regione Friuli Venezia Giulia. Saremo inoltre presenti alla seconda Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina in Polonia, così come lo siamo stati alla prima a Roma. Nel 2027, poi, la presidenza dell’InCe sarà dell’Ucraina».

C’è il pericolo che aver tenuto a lungo i Balcani sulla porta della “casa” Ue porti a una disaffezione?

«Spesso, nei miei viaggi in questi Paesi ho percepito questo malumore: c’è la volontà di entrare in Europa e sono in attesa da vent’anni. Non è il mio compito esprimermi sulle scelte che farà la Commissione europea o il Consiglio europeo. Ciò che posso auspicare è che il processo di integrazione europea proceda il più speditamente possibile. Teniamo anche conto del fatto che il loro processo di adesione è stato rallentato da un eccesso di burocratismo. Ci sono delle difficoltà, ma sono convinto che le supereremo attraverso il dialogo, cosa che è nel Dna dell’InCe. Passi decisi in questa direzione li sta facendo il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, anche con forme di dialogo permanente come la ministeriale dei Friends of Western Balkans, dove era presente anche l’InCe». —

Valeria Pace

 

La ministra degli Esteri della Romania: «Ue forte e integrata obiettivo della Romania. Anche grazie all’InCe»

Oana Țoiu, ministra degli Affari esteri a Bucarest
Oana Țoiu, ministra degli Affari esteri a Bucarest

Oana Țoiu, attesa martedì a Trieste: «Ecco i cinque pilastri della nostra strategia. Sì all’ingresso graduale dei Balcani. Medio Oriente, rischio di ondate migratorie»

 

In tempi di guerre e poli-crisi, servono legami saldi e integrazione. E deve valere la «ferma convinzione che essere più vicini è ciò che ci rende veramente più forti. L’Europa ora ha bisogno che la nostra regione sia protetta. E un futuro europeo è sicuro solo quando i cittadini percepiscono direttamente i benefici dell’appartenenza». È la chiave per comprendere la strategia della Romania, Paese che nel 2026 detiene la presidenza dell’Iniziativa Centroeuropea (InCe), giunta alla celebrazione del trentennale. Lo spiega a Il Piccolo la ministra degli Esteri romena, Oana Țoiu, in vista del summit di Trieste di martedì 17 marzo, dove è atteso anche il ministro Antonio Tajani.

Bucarest ha scelto il motto «più vicini nella regione, più forti in Europa» per la presidenza InCe. Quali gli obiettivi di Bucarest?

«Il focus è su cinque pilastri: sostegno all’integrazione Ue, rafforzando il ruolo dell’InCe come ponte tra Stati membri e candidati; crescita di legami economici e connettività; resilienza democratica; difesa dello spazio informativo dalle minacce ibride. E, come novità, maggiore coinvolgimento di autorità locali e regionali. In occasione dei trent’anni di partenariato che celebreremo a Trieste, un’attenzione trasversale sarà rivolta ai giovani e alla partecipazione civica, per costruire un futuro comune fondato su valori condivisi».

Quali eventi avete pianificato per la presidenza InCe?

«Stiamo organizzando una serie di eventi dedicati alla connettività, alla trasformazione digitale e allo sviluppo sostenibile. Un’attenzione particolare sarà rivolta ai forum d’impresa. E a incontri di alto livello e workshop sulla protezione ambientale e la resilienza ai cambiamenti climatici, a scambi culturali ed educativi. La dimensione parlamentare rappresenta la spina dorsale politica, guidata da una parlamentare di grande esperienza, la deputata Rosalia Biro. E Bucarest ospiterà due eventi parlamentari InCe sulla connettività e sui benefici economici dell’allargamento. In autunno, ci sarà una riunione ministeriale InCe a Timișoara, insieme a un Forum sui valori europei».

Cosa, secondo lei, renderà l’incontro di martedì a Trieste un successo?

«Attraverso la riaffermazione della rilevanza strategica dell’InCe nell’attuale panorama geopolitico, celebrando al contempo trent’anni di cooperazione diplomatica. La regione ha bisogno di iniziative concrete su sicurezza energetica e resilienza digitale, dimostrando che l’InCe rimane una piattaforma essenziale per la stabilità nell’Europa centro-orientale».

Che ne pensa della proposta di integrare i Balcani occidentali nel mercato unico e in Schengen prima della piena adesione alla Ue?

«La Romania sostiene l’integrazione graduale. Offre vantaggi concreti ai cittadini e alle economie ben prima dell’adesione definitiva. La partecipazione a settori specifici del mercato unico, come l’economia digitale o gli accordi commerciali regionali, funge da potente catalizzatore per le riforme e la convergenza economica. Su Schengen, pur rimanendo prioritari i criteri tecnici, sosteniamo una maggiore cooperazione operativa nella gestione e nella sicurezza delle frontiere».

L’Italia è da sempre un partner chiave per la Romania. Come legge la cooperazione tra i due Paesi in ambito InCe?

«Siamo grandi amici e i nostri popoli hanno alcuni dei legami personali più forti del continente. L’Italia è membro fondatore InCe e un nostro partner strategico, con cui la collaborazione è eccellente. Entrambi i nostri Paesi condividono una visione di un’Europa centro-orientale stabile, sicura e integrata. Consideriamo la nostra partnership con l’Italia nell’InCe essenziale per il successo della nostra presidenza, soprattutto in settori come lo sviluppo economico e il sostegno ai Balcani occidentali».

Di recente è stata segnalata la presenza in Romania di aerei Usa P-8 Poseidon e di altre attrezzature alleate. Cosa può dirci sulla loro missione e sul ruolo della Romania?

«Romania e Usa hanno un partenariato strategico dal 1997, che garantisce la sicurezza della regione e del continente. Le nostre forze armate hanno collaborato ben prima dell’adesione della Romania alla Nato. E dopo l’adesione, hanno consolidato la loro collaborazione per garantire la sicurezza euro-atlantica sul fianco orientale Nato. Non siamo coinvolti nella guerra con l’Iran e non abbiamo alcuna intenzione di esserlo, ma si sono rese necessarie delle decisioni per rispondere all’aumento dei rischi. Abbiamo deciso, insieme agli Usa, di rafforzare le nostre capacità di difesa e deterrenza consentendo una maggiore presenza statunitense nella nostra base militare Mihail Kogalniceanu per attività non offensive. Come ha affermato il nostro presidente Nicușor Dan, la partnership transatlantica della Romania renderà l’Europa più sicura. Ma Bucarest non partecipa agli attacchi militari».

Quali le possibili conseguenze della crisi in Medio Oriente?

«Siamo profondamente preoccupati, ci sono rischi significativi per il Medio Oriente e i mercati globali. Condanniamo fermamente gli attacchi dell’Iran contro Stati sovrani. La continua escalation minaccia sia il Medio Oriente che l’Europa, compresa la possibilità di nuove ondate migratorie. E comporta gravi conseguenze economiche a livello globale, in particolare per la chiusura o la militarizzazione dello Stretto di Hormuz, un fatto che risulta inaccettabile».

La Romania ha compiuto notevoli progressi da quando è entrata a far parte dell’Unione europea e i romeni all’estero sono membri stimati e produttivi delle loro comunità. Quanto è importante la diaspora romena?

«Estremamente importante, poiché i nostri cittadini all’estero rimangono parte integrante della nostra società e un solido ponte tra la Romania e i Paesi in cui vivono. E ogni volta che mi reco in Italia, visito gli imprenditori romeni e mi fa sempre piacere vedere i nostri romeni avere una presenza sempre più attiva qui». —

Stefano Giantin

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