Troppo vino in cantina: i rimedi suggeriti dai vignaioli
A novembre 2025 le giacenze di bianchi, rossi e spumanti hanno raggiunto i 53,4 milioni di ettolitri, più di un’intera vendemmia. Gli imprenditori del Nord Est provano a suggerire qualche proposta per evitare che l’eccesso di produzione possa provocare instabilità nell’attività

Migliaia le bottiglie di vino, anche di ingente valore, stoccate nelle cantine delle aziende, un po’ in tutta Italia.
Crescono infatti le giacenze di bianchi, rossi e spumanti, un fenomeno da cui non è indenne nemmeno il Nord Est, territorio tra i più vocati alla viticoltura.
Secondo le elaborazioni dei dati del Ministero dell’Agricoltura (Masaf) al 30 novembre 2025 erano 53,4 i milioni di ettolitri imbottigliati e fermi nei magazzini, con un aumento dell’8,6% rispetto alla stessa data del 2024. Un quantitativo dunque superiore a quello di un’intera vendemmia, che in annate normali vale tra i 45 e i 48 milioni di ettolitri.
A questi numeri imponenti bisogna poi aggiungere altri 9,7 milioni di ettolitri di mosti e 9,5 milioni di ettolitri di vino in fermentazione.
Per quanto riguarda le varietà più comuni a Nord Est, c’è da registrare la buona tenuta del Prosecco Doc (5,03 milioni di ettolitri e +2,8% di giacenze) e dell’Amarone della Valpolicella (442.384 ettolitri, +1,7%), mentre sono molto più ingenti le scorte di Pinot grigio Doc delle Venezie (1,64 milioni di ettolitri, +20,5%), dell’Igp Veneto (1,47 milioni di ettolitri, +13,5%) e del Soave (350.980 ettolitri, +24,1%).

Situazione simile in giro per l’Italia, tra Piemonte e Sicilia.
Il Chianti classico, celebre rosso toscano, denuncia 750.251 ettolitri fermi nei depositi (+12,3%), il Franciacorta, spumante dell’area bresciana, 733.752 ettolitri (+16,8%), il Barolo, nobile rosso delle Langhe, 548.460 ettolitri (+6,1%), il Brunello di Montalcino, altro campione toscano, 445.513 ettolitri (+10,4%), il Nobile di Montepulciano 220.014 ettolitri (+2,58%), il Barbaresco 165.378 ettolitri (+9,78%), l’Etna rosso 140.292 ettolitri (+17,5%) e il Bolgheri 121.671 ettolitri (+11,2%).
Andamento dunque da monitorare con attenzione, anche se non è detto che debba per forza essere sinonimo di crisi.
Ma è comunque la fotografia di un settore che ha sulle spalle una produzione abbondante da piazzare su un mercato italiano ed estero che non assorbe più come in passato e che, a detta di tanti studi di settore e di esperti, continuerà a registrare una flessione più o meno importante dei consumi.
Flessione generalizzata, che riguarda non solo gli italiani e le loro ridotte capacità di spesa, ma anche Paesi dove i redditi sono decisamente più elevati.
Essenzialmente incide il minore appeal che il vino ha sulle giovani generazioni, oltre alle tendenze salutiste che prendono sempre più piede. Un mix che colpisce il settore sulle quantità, perché comunque un bicchiere di vino di qualità non manca mai sulle tavole dei ristoranti o nelle occasioni di convivialità.
Quello delle giacenze è un tema che le imprese devono affrontare, prima che le ricadute economiche negative pesino sul futuro.
Trinco: «Se hai giacenze diventa più difficile fare investimenti»
Ripensare in modo radicale la comunicazione. Per venire incontro ai gusti dei giovani. «Ormai fino ai 30 anni non c’è approccio al mondo del vino - ammette con rammarico Stefano Trinco, enologo e imprenditore che gestisce in prima persona la storica azienda Vigneti Pittaro di Codroipo, nelle Grave del Friuli - . E se perdiamo un’intera generazione, è evidente che le giacenze sono destinate ad aumentare. Certo il fenomeno non colpisce tutti: chi fa bianchi, spumanti o qualità eccellente, come in collina, risente di meno. Ma non dimentichiamoci che siamo stati anche fortunati, da questo punto di vista, perché le annate 2023 e 2024 sono state scarse dal punto di vista quantitativo».
I dati aggiornati indicano un più 8,6% di scorte nelle cantine nell’ultimo anno. Una cifra in costante aumento, era prevedibile?
«Non sono sorpreso, si è semplicemente enfatizzato un problema che si conosceva già. Il Covid e il post Covid avevano bloccato una crisi che si intravvedeva già nel 2019, quando il prezzo delle uve cominciava a essere più basso rispetto alla media e le tendenze del bere erano in divenire. Adesso si è aggiunta la situazione geopolitica instabile che porta con sé tutta la questione dell’export, tra dazi, tariffe, tentativi di trovare nuovi sbocchi e quant’altro».
Qual è, per gli imprenditori, l’effetto principale di avere tante bottiglie invendute in magazzino?
«Diventa più difficile investire, in un momento in cui invece sarebbe necessario farlo, proprio per trovare nuovi mercati. Anche perché adesso la crisi sembra più strutturale: calo dei consumi dei giovani, salutismo, patente a punti, dazi, sono tutti problemi che si sommano. E a cui non è facile trovare una soluzione».
Il mancato appeal del vino sui ventenni è così grave?
«Rischiamo di perdere in prospettiva una generazione. Per i ragazzi di oggi vino, birra, miscelati, altri alcolici sono sullo stesso piano, per loro non c’è differenza. Poi dai 30 anni, magari quando mettono su famiglia, si riavvicinano al piacere del vino a tavola. Ma non basta».
I rossi invece soffrono a prescindere...
«Manca il consumo domestico, quello a cui eravamo abituati, in famiglia. E anche quando si esce a cena, tanti mangiano meno carne, per motivi salutistici e così il rosso, che si abbina con la carne, non viene ordinato. Restano le degustazioni di calici di altissima qualità, ma appunto non si compensa la perdita».
Rimedi alla situazione?
«Dobbiamo provare a modernizzare i vini. Vanno quelli freschi, con profumi facili, bevibili e con un’alcolicità inferiore, se ci sono le bollicine meglio. Imitare un po’ quello che è stato il successo del Prosecco. Oggi tante cantine tendono a ridurre l’alcol, nei bianchi fermi e anche nei rossi. È un primo passo. Se devo guardare al Friuli, l’aspetto positivo è che facciamo l’80% dei vini bianchi, quindi siamo abbastanza fortunati da questo punto di vista. Per noi è una grossa opportunità quella di modernizzarci».
Servirà però anche dell’altro?
«Nei momenti in cui si sta andando abbastanza bene, parlo di Friuli Venezia Giulia, sarebbe opportuno pianificare e gestire il futuro. Abbiamo la possibilità di avere strumenti per sviluppare le nostre potenzialità. Rafforzare il marchio, confermare la leadership tra i bianchi, in modo da essere ancora più riconoscibili e identitari fuori dai confini. Si dovrebbe costruire una piramide dove in alto ci sono le produzioni di collina, con altissima qualità e gestione sostenibile del territorio e poi la pianura, che deve essere competitiva a livello di prezzo. E far capire al consumatore che il Friuli ti dà tante possibilità e particolarità, con in più la scelta del Prosecco. I risultati li vedremo tra qualche anno, ma bisogna partire adesso». —
Venica: «Oggi non è facile vendere, ma qualità e servizio pagano»
Sette milioni di bottiglie o poco più. Il Collio è un fazzoletto di terra nel Goriziano, a ridosso della ex frontiera con la Slovenia, dove si producono vini bianchi di alta qualità, come unanimemente riconosciuto. Da queste parti sono in pochi ad avere scorte indesiderate in cantina. Anzi qualche produttore ha dovuto respingere ordini e clienti perché Friulano o Sauvignon, sotto Natale, erano finiti. Ma il problema delle eccedenze, comunque, nessuno lo sottovaluta. In primis Ornella Venica, titolare con il marito e i figli della storica azienda di Cerò, nel Comune di Dolegna.
Ornella Venica, sul Collio apparentemente dovreste sentirvi al sicuro, forti del vostro marchio di eccellenza...
«Non riscontriamo i problemi che magari possono avere realtà che fanno grandi numeri. Ma anche per noi non è facile vendere il vino come poteva esserlo qualche anno fa. Bisogna fare più comunicazione, impegnarsi e dare servizi ai potenziali clienti».
Qual è il segreto allora?
«Bravi agenti commerciali, una rete vendita professionale, una credibilità che si consolida nel tempo. Non dobbiamo essere aziende che oggi vendono e tutto va a gonfie vele, poi domani se non fanno gli stessi fatturati, svendono il prodotto sugli scaffali del supermercato».
Le statistiche dicono che le eccedenze a fine 2025 sono cresciute ancora, come era già accaduto nel 2024. Cosa è stato determinante?
«L’inizio del 2025 era cominciato con la paura dei dazi americani, la stretta del governo su patenti ed etilometro, la situazione geopolitica preoccupante. Era chiaro che, prima o poi, questi fattori avrebbero causato un rallentamento generale e così è stato. Ma poi, con l’andare dei mesi c’è stato un recupero. Mercati per noi fondamentali come Germania e Stati Uniti hanno tenuto e gli ordini sono ripresi. In Italia i consumi si sono assestati ai livelli pre Covid. E poi c’è un’altra cosa che tutto sommato ha aiutato le aziende del territorio a non avere scorte».
Quale sarebbe?
«La vendemmia 2024 è stata abbastanza scarsa, partivamo già da quantitativi bassi e quindi non abbiamo generato magazzino. Nel 2025 siamo tornati più o meno nella norma, vediamo come andranno le vendite quest’anno».
Quindi l’idea di eventuali espianti quassù non è presa in considerazione?
«Direi di no, non mi risulta, le politiche di espianto non ci appartengono. Anzi c’è qualcuno che rinnova i vigneti, che ne pianta di nuovi».
Il 2026 che anno sarà per il mondo del vino?
«L’eccellenza genera sempre richiesta, la disponibilità economica della gente non è scomparsa. Chi si abitua a bere bene non rinuncia, resta fedele a marchio, serietà di azienda e di filiera. Sono fiduciosa, anche se bisogna essere presenti e disponibili con i potenziali consumatori».
A proposito di consumatori, i giovani sembrano essere meno ricettivi di un tempo. Preoccupata?
«I giovani di oggi sono attenti, curiosi, desiderosi di scoprire territori e realtà uniche. È importante accompagnarli, anche in questo caso il nostro lavoro di imprenditori è fondamentale». —
Turco: «Ridurre l’offerta è la via più efficace da percorrere»
«Un nostro cliente svedese è stato chiaro: “i giovani qui non vogliono più bere quello che bevevano i loro genitori”. E così dobbiamo ripensare i rossi». È solo una spia di quello che sta accadendo nel mondo del vino, ma è emblematica. Il mix tra ricambio generazionale, salutismo e tendenze climatiche, con stagioni miti prolungate anche nel Nord Europa, hanno messo un freno alle vendite dei rossi. Soffrono tutti, da Bolgheri alle Langhe, dall’Etna alla Puglia. E ne sanno qualcosa anche nella Valpolicella, culla dell’Amarone. Luigi Turco è il presidente delle Cantine di Verona, cooperativa che riunisce noti marchi come Valpantena, Custoza e Colli Morenici. L’azienda vanta 550 soci, 17 milioni di bottiglie prodotte, 65 milioni di euro di fatturato, 1.800 ettari vitati nel Veronese. Amarone, Ripasso, Lugana, Custoza e Bardolino i cinque vini bandiera.
Presidente Turco c’è chi vede nelle giacenze in cantina uno dei guai peggiori per un viticoltore, tanto da mettere a rischio la sostenibilità economica. È così?
«Le aziende soffrono subito, appena il mercato si pianta. Il nostro è un mondo che utilizza tanta finanza. Devi preparare la campagna, raccogliere il vino, affinarlo e solo dopo venderlo, per i rossi anche a distanza di anni. Smettere di vendere o vendere meno comporta subito delle problematiche importanti. La sostenibilità non viene meno per i margini, ma si tratta proprio di come finanziare la stagione successiva attraverso i prestiti delle banche. E se saltano gli equilibri poi è difficile risalire la corrente».
Correre ai ripari, dunque, ma in che modo?
«Diminuire la produzione, intanto, nel tentativo di ridurre l’offerta. In Valpolicella, secondo disciplinare, possiamo produrre 120 quintali di uve l’ettaro, per la vendemmia 2025 il Consorzio ha stabilito la soglia di 100 quintali ettaro. Non possiamo confrontarci con gli anni del Covid, quando le vendite aumentarono moltissimo perché la gente prima era chiusa in casa e poi tornò in ristorante e in enoteca. A quell’epoca il Consorzio allargò le maglie della produzione, adesso è stato opportuno tornare indietro».
In Francia o in Spagna hanno adottato metodi più radicali, come l’estirpo dei vigneti. Strada praticabile anche in Italia?
«Dipende, non c’è una soluzione giusta o sbagliata tout court. All’interno delle stesse regioni ci sono territori che non hanno creato valore aggiunto per alcune denominazioni o per la filiera. E se a questo si somma il passaggio generazionale, il lavoro nella vigna viene abbandonato. Alcune aree hanno già estirpato tanto, ho visto sorgere parchi eolici al posto dei vigneti nel giro di una decina di anni. In Veneto scontiamo meno il problema perché siamo più vicini ai mercati di sbocco più ricchi e abbiamo una filiera solida e organizzata. Ma anche qui abbiamo denominazioni che sono al limite della sostenibilità: gli imprenditori si trovano ad affrontare costi importanti, tanta manodopera viene affidata a terzisti, i prodotti fitosanitari sono sempre più costosi e meno efficaci rispetto al passato, mentre il valore dell’uva non è conseguente a ripagare tutti questi sforzi. La superficie complessiva vitata non aumenterà più nemmeno in Italia. In Francia danno addirittura contributi ai vignaioli per estirpare».
Un’altra strada per smerciare il vino in eccesso è la concorrenza sui prezzi, ma è utile?
«Bisogna fare dei distinguo. Ci sono denominazioni che con un sensibile abbassamento di costo allo scaffale possono aumentare i volumi e aiutare così a liquidare determinate giacenze. Questo esempio può valere per l’Amarone, che agli occhi del consumatore ha un prezzo alto e se lo stesso consumatore trova una bottiglia scontata, la compera. Il discorso non vale per vini con soglie aggressive, tra i due e i tre euro. Soave, Trebbiano, Doc delle Venezie o Custoza possono farsi la guerra per 50 centesimi, ma nel complesso non aumentano le vendite. E le bottiglie continuano a restare in cantina». —
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