Il Golfo per il Nord Est: un rischio da 3,5 miliardi
Un mercato che nel 2024 valeva complessivamente 3,65 miliardi di euro di esportazioni con un peso della manifattura sul totale dei ricavi attorno al 98%. Questo è il quadro dei paesi del Medio Oriente nello scacchiere economico del Triveneto secondo i dati di Istat

Un mercato che nel 2024 valeva complessivamente 3,65 miliardi di euro di esportazioni con un peso della manifattura sul totale dei ricavi attorno al 98%. Questo è il quadro dei paesi del Medio Oriente nello scacchiere economico del Triveneto secondo i dati di Istat.
Una piattaforma economica che pesa attorno al 3,5-4% del totale delle esportazioni complessive del Nord Est, cresciute negli ultimi cinque anni dell’84,6%, e questo considerando anche il periodo pandemico e lo scoppio delle altre crisi internazionali, dal conflitto in Ucraina alla recrudescenza della crisi israelo-palestinese. Nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni nell’area del Golfo hanno toccato per le imprese del Nord Est quota 2,47 miliardi.
Le partecipazioni
Nel Medio Oriente si muove una rete estesa e poco raccontata di imprese del Nord Est italiano. Secondo il censimento contenuto nell’analisi di Fair Play Advisory su dati Moodys/Orbis, nell’area sono presenti 187 partecipazioni societarie riconducibili a 133 aziende del territorio, tra filiali, controllate e joint venture distribuite in diversi Paesi della regione. Un sistema articolato che dimostra come per molte imprese del Triveneto il Medio Oriente non rappresenti più soltanto un mercato di sbocco per l’export, ma un’area in cui costruire una presenza industriale e commerciale stabile.
La geografia delle partecipazioni vede gli Emirati Arabi Uniti come principale piattaforma regionale. Dubai e Abu Dhabi concentrano la quota più consistente delle società collegate, utilizzate spesso come basi operative per coordinare attività commerciali e distributive in tutta l’area del Golfo. Seguono Arabia Saudita e Qatar, mercati caratterizzati da grandi investimenti in infrastrutture, edilizia e industria. Ma i rapporti commerciali sono intrattenuti anche con altri Paesi dell’area: presenze delle aziende sono segnalate anche in Israele, Oman, Kuwait, Bahrein, Giordania, Iraq, Libano, Iran, Siria e Yemen.
I settori
Il quadro settoriale è molto variegato e riflette la struttura produttiva del Nord Est. Uno dei comparti più rappresentati è quello dell’occhialeria, che trova nel Medio Oriente un mercato tradizionalmente molto ricettivo per i marchi italiani. Nel database figurano gruppi come Safilo, Marcolin, De Rigo e De Rigo Vision, oltre a Kering Eyewear, tutti impegnati a presidiare direttamente i canali distributivi dell’area, spesso attraverso società controllate o partnership locali.
Accanto all’eyewear compaiono numerosi protagonisti della moda e del lifestyle. Tra le aziende presenti figurano marchi come Benetton, Diesel, Replay, ma anche gruppi legati alla distribuzione e al retail. Si tratta in molti casi di società costituite per gestire punti vendita, reti di franchising o attività commerciali dedicate a mercati che negli ultimi anni hanno mostrato una crescente domanda di prodotti europei di fascia medio-alta. Nel mondo della gioielleria hanno controllate nell’area Morellato Group, Fope e Roberto Coin, oltre a realtà dell’alimentare come Loacker e Massimo Zanetti Beverage Group.
Accanto al made in Italy più tradizionale emergono numerose aziende della meccanica e dell’automazione industriale come Carel Industries, Piovan, Maschio Gaspardo, Clivet, Unox, Pedrollo Group, tutte realtà specializzate in tecnologie per l’industria, l’energia, l’agroalimentare o la climatizzazione. La presenza di queste aziende è spesso collegata alla necessità di seguire direttamente impianti, infrastrutture o clienti industriali nell’area.
Non mancano infine società attive nella logistica, nei servizi e nelle costruzioni, come Codognotto Italia, Gemmo, Icm e Ligabue, aziende che operano spesso a supporto di grandi cantieri o di progetti internazionali. Accanto a queste compaiono anche imprese tecnologiche e dell’elettronica come Nice e Came, attive nei sistemi di automazione e sicurezza. Oltre che ovviamente grandi gruppi industriali come Fincantieri.
Nel complesso emerge l’immagine di un Nord Est che ha progressivamente costruito una propria rete economica in Medio Oriente. Le 187 partecipazioni censite raccontano un processo di radicamento che va oltre la semplice esportazione: molte imprese hanno scelto di presidiare direttamente i mercati locali attraverso società controllate o partnership, per seguire più da vicino clienti, distributori e grandi progetti. Una strategia che riflette l’evoluzione dell’economia dell’area del Golfo.
Le conseguenze della crisi
Se questo è il quadro, la crisi innescata con l’attacco all’Iran e la prosecuzione del conflitto dopo poco più di una settimana ha determinato una serie di effetti. Secondo lo scenario delineato dal Research Department di Intesa Sanpaolo l’ipotesi è che le conseguenze della crisi in Medio Oriente siano temporanee.
«Nel nostro scenario centrale - scrive Intesa - ci aspettiamo, infatti, che la fase più intensa del conflitto possa durare poche settimane e che i rischi di escalation siano limitati ai Paesi attualmente coinvolti. In questo contesto, il prezzo del Brent potrebbe nella media del secondo trimestre 2026 collocarsi intorno ai 75 dollari al barile e quello del gas intorno ai 40 Euro (con picchi a 60 Euro). Sotto queste ipotesi l’impatto sul Pil dell’Eurozona e dell’Italia è stimabile in un meno 0,1%».
L’attuale scenario macroeconomico, spiegano gli analisti, con lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, potrebbe modificare il profilo di vulnerabilità di alcuni settori, attraverso diversi canali (aumento del costo dell’energia, potenziali interruzioni delle catene di approvvigionamento, calo della domanda in particolare nei paesi coinvolti).
Tra quelli che appaiono più esposti vengono indicati i servizi di trasporto, il turismo internazionale, alcuni energivori come la chimica, la metallurgia e la produzione di piastrelle, la moda (anche nella componente del lusso) e alcuni segmenti della meccanica.
«Le imprese del Nord Est - afferma Cristina Cipiccia, direttrice regionale Veneto Est e Friuli Venezia Giulia della Banca dei territori Intesa Sanpaolo - hanno dimostrato negli anni una notevole capacità di reazione e adattamento. L’attuale scenario pone ulteriori sfide e richiede un maggiore impegno diretto a diversificare i mercati di sbocco e di approvvigionamento, a rivedere i modelli di business, a innalzare ulteriormente la qualità delle produzioni e a investire sempre di più in tecnologia».
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