Acciaio: oltre i dazi le norme green. La filiera chiede di alzare le barriere

A luglio entrer à in vigore la stretta sulle importazioni, che soddisfa i produttori ma preoccupa l’industria. E cresce la richiesta di maggiori tutele dai prodotti asiatici

Federico Piazza

 

La produzione siderurgica italiana ha iniziato il 2026 in controtendenza positiva rispetto all’andamento europeo e mondiale. Nei primi quattro mesi dell’anno l’output nazionale di acciaio grezzo è stato di 7,6 milioni di tonnellate, più 2,9% sul 2025.

Secondo World Steel Association, nello stesso periodo la produzione Ue si è invece contratta del 2,2% a 42,8 milioni di tonnellate, mentre quella mondiale si è ridotta del 2% a 613,3 milioni di tonnellate (in calo Cina, Asia e Oceania che nell’insieme rappresentano tre quarti del totale globale, così come Medio Oriente, Russia e altri Paesi CIS, Sud America; in crescita Europa non Ue, Nord America e Africa).

In Italia però continua a diminuire la produzione di acciai piani (meno 6,7% tendenziale), su cui pesano la crisi dell’ex Ilva, la debolezza generale della domanda industriale e la forte penetrazione commerciale dei laminati a caldo d’importazione. A determinare l’aumento complessivo registrato nel primo quadrimestre 2026 sono stati i lunghi (più 10,5%), che trovano ampio impiego nelle costruzioni (il settore mediamente assorbe oltre un terzo del consumo nazionale ed europeo di acciaio) e che soffrono l’import meno dei piani.

La stretta protezionistica

Proprio sul fronte della concorrenza internazionale l’Ue sta alzando i muri per difendere la siderurgia continentale. La strada della stretta protezionistica sull’acciaio è segnata e le istituzioni la stanno seguendo speditamente. Lo scorso mese il Parlamento europeo ha infatti approvato a larghissima maggioranza la proposta della Commissione per la nuova Salvaguardia Ue per il settore che, con applicazione a partire dal primo luglio, taglia del 47% la quota d’import esente da dazi, giù a 18,3 milioni di tonnellate all’anno, e raddoppia dal 25 al 50% l’aliquota tariffaria su una trentina di categorie merceologiche di prodotti siderurgici. Inoltre, per tracciare l’origine geografica si applicheranno regole mirate a identificare il luogo di prima fusione e colata dell’acciaio.

Per completare l’iter legislativo Ue, manca ancora l’approvazione del Consiglio, che è comunque scontata. L’import di una vasta gamma di acciai diventerà dunque più costoso. L’aggravio per gli importatori non sarà di poco conto, anche perché in molti casi le barriere commerciali andranno a sommarsi al Cbam, il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, la tassa ambientale in vigore da inizio 2026 nell’ambito del sistema Ets riguardante diversi settori ad alte emissioni, tra cui appunto i metalli ferrosi.

Il plauso degli acciaieri

In fieri però è ancora la definizione di alcuni importanti dettagli operativi della Salvaguardia Ue. In particolare, negoziazioni sulle quote Paese di import siderurgico esente da dazi sono in corso con i governi di decine di Stati con cui l’Ue ha accordi commerciali.

Il rafforzamento dello scudo per l’acciaio ha il plauso dei produttori siderurgici europei, che lo avevano a lungo caldeggiato.

Rispetto a una domanda continentale senza grandi prospettive di ripresa nei prossimi anni e alle difficoltà dell’export verso destinazioni extra Ue aggravate dell’ulteriore chiusura protezionista statunitense, le acciaierie europee vogliono comunque rilanciare volumi, ricavi e margini con cui finanziare gli investimenti per la transizione green.

Per fare ciò, oltre che agire su costi dell’energia e delle materie prime e diversificare l’offerta con lo sviluppo di prodotti speciali ad alto valore aggiunto, le acciaierie sono infatti determinate a difendersi dall’eccesso di capacità di molti player asiatici, in primis cinesi, che possono riversare in Europa quantità crescenti di materiali a prezzi molto competitivi.

Allineati sulla Salvaguardia Ue sono anche i produttori italiani, che pure sono più decarbonizzati della media europea grazie alla diffusa elettrificazione dei processi siderurgici che utilizzano rottami anziché minerale di ferro e carbone (90% della produzione italiana di acciaio, rispetto a meno del 50% della media Ue) e che pertanto, con la sola eccezione dell’ex Ilva - Acciaierie d’Italia, devono sostenere piani meno costosi di riconversione dagli altoforni.

Critica la filiera della trasformazione 

Per converso, forti critiche all’inasprimento della Salvaguardia Ue arrivano dalla filiera della trasformazione e del commercio di acciaio, così come da molti settori d’impiego, che hanno interesse a trovare nel mercato europeo prodotti siderurgici di provenienza extra Ue a prezzi convenienti. Molti denunciano che già la tassa ambientale Cbam sta causando un aumento del costo di materie prime e semilavorati ferrosi e una perdita di competitività della manifattura europea. E paventano che l’aggiunta di dazi più alti sull’import sarà il colpo di grazia per molti settori industriali e provocherà chiusure di aziende e nuove ondate di delocalizzazioni verso Paesi extra Ue.

Ma se il dado è tratto e tornare indietro non si può, la richiesta piuttosto trasversale alla politica Ue allora è che sia il Cbam sia i dazi siano estesi a valle all’import di tutti i beni contenenti acciaio, in maniera da estendere le barriere commerciali ben oltre il perimetro del comparto dei produttori siderurgici. Tuttavia, se ciò avvenisse, occorrerebbe mettere in preventivo che l’Europa diventi un mercato protetto in molti settori. E così facendo, si stravolgerebbe la sua postura economica e politica nel quadro del commercio e delle relazioni internazionali. La questione della Salvaguardia Ue per la siderurgia potrebbe quindi andare ben oltre l’acciaio.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est