Giulio Malgara: «Il Veneto è rimasto senza imprenditori, perso il tocco dell’industria»
A 88 anni, nel suo buen retiro di Valsanzibio: «Non ci sono più le locomotive di una volta. Le aziende oggi sono in mano agli amministratori delegati»

Giulio Malgara, nato a Milano nel 1938, è uno dei protagonisti dell’imprenditoria italiana. Nel 1972 fonda Quaker Italia, entrando poi ai vertici di Quaker Europe. Nel 1976 rilancia l’olio Cuore con una campagna pubblicitaria destinata a diventare un caso nel marketing italiano. Negli anni Ottanta porta in Italia Gatorade e sviluppa il mercato degli alimenti per animali domestici. Nel 1984 fonda Auditel. È stato presidente della Lega Basket dal 1992 al 1994. Nel 1990 è stato nominato Cavaliere del Lavoro e nel 2002 ha ricevuto una laurea honoris causa in Economia aziendale da Ca’ Foscari.
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A Valsanzibio il rumore di Milano sembra lontanissimo. Giulio Malgara, 88 anni, vive tra le due città, ma è qui, nella quiete dei Colli Euganei, che torna appena può. A pochi passi dalla sua casa, oltre un muro, comincia il parco di Villa Barbarigo, «un giardino straordinario», come lo definisce indicando il verde. Milano, l’America e il Veneto sono state le sue “tre vite”.
E sintetizza così il suo vissuto: «Con Gatorade mi sono divertito, con l’Olio Cuore ho trovato la solidità, con il Pet food ho fatto un volo nel futuro». Ha vissuto anche a Venezia dove sognava di far diventare grande il Veneto con l’Expo: «Abbiamo perso una chance pazzesca, avrebbe fatto guadagnare al Veneto venti o trent’anni in un colpo solo».
Presidente, il Veneto è ancora una locomotiva?
«Continua a essere la locomotiva dei giorni d’oggi, che non sono le locomotive di una volta. Il Veneto ha fatto tantissimo. Nel dopoguerra i veneti partivano per il Canada, l’Argentina, il Brasile. Poi sono nate imprese, anche piccole e medie, di grandissima eccellenza. I veneti hanno una caratteristica: amano essere veneti. Sono rimasti veneti andando a fare affari all’estero».
Che cosa si è perso, allora?
«Gli imprenditori. Mancano gli imprenditori. Ai miei tempi in Veneto ce n’erano dieci, dodici di eccellenza: erano capi d’azienda, avevano l’idea e stavano dentro l’impresa. Oggi ci sono gli eredi e c’è la finanza. L’impresa viene lasciata agli amministratori delegati. Sono persone formate nelle università, nei master, hanno girato il mondo, ma non sono creatori di imprese».
È un problema soltanto veneto?
«No, è italiano. Abbiamo perso il touch dell’industria. Guardi la Fiat: l’abbiamo persa come si può perdere un apparecchio acustico, senza quasi parlarne. Marchionne è stato un genio della finanza, ma non uno sviluppatore d’impresa. Ha favorito gli azionisti, non la Fiat».
Intanto abbiamo salari tra i più bassi d’Europa. È anche responsabilità della politica?
«Gli stipendi non li può alzare semplicemente il governo. Li alza la tecnologia, la produttività. Abbiamo salari bassi perché non abbiamo fatto gli investimenti necessari negli anni Ottanta, Novanta, Duemila e dopo. Se hai macchine lente hai bisogno di più operai e per essere competitivo sul mercato finisci per sacrificare il costo del lavoro. Il problema degli investimenti è rimasto lì».
Eppure lei promuove il governo Meloni. Perché?
«Perché la stabilità è già un grande risultato. Se la consideriamo un prodotto di seconda fila sbagliamo completamente: è un prodotto di prima fila. Per anni i nostri governi duravano mediamente diciotto mesi. Oggi l’Europa e il mondo vedono per anni lo stesso presidente del Consiglio, parlano con la stessa gente, sentono la stessa lingua».
Lei era molto vicino a Berlusconi. Meloni è alla sua altezza?
«Berlusconi era un uomo straordinario. Ma Meloni la voterei ancora. È meno disposta ai compromessi. Berlusconi aveva anche interessi enormi e un conflitto di interessi; lei non ha quegli interessi e tira dritto. Se mi chiede se è meglio di Berlusconi, dico che oggi Meloni è più giusta di Berlusconi. Dà l’esempio di una donna che fa politica perché ama la politica».
Siamo diventati un Paese senza leader?
« Noi un leader lo abbiamo, piaccia o non piaccia. Meloni oggi è l’unico leader che c’è in Italia. Ha intelligenza, ma anche una presenza fisica forte: entra in una stanza e la si vede. Il problema è che poi fa tutto da sé. E figure nuove servono anche a destra. Mi piace il ministro Giorgetti».
E il centrosinistra in Veneto non riesce a parlare il linguaggio di questa regione?
«Il centrosinistra non riesce a parlare nessun linguaggio. Deve chiarirsi: vuole essere un partito di sviluppo o un partito di regole? È sempre censore, non è mai propositivo. Io non vedo proposte. Le facciano: se sono buone, l’elettore gli va dietro. E poi loro non hanno un leader» .
Una figura nuova potrebbe essere Mario Calabresi oggi candidato sindaco a Milano?
«Calabresi mi piace. È una bella figura perché non è un uomo che attacca, non è ideologico. È un uomo di vita, sa trattare gli argomenti. Figure così servono alla sinistra, ma anche alla destra. A Milano, per me può vincere».
Zaia, invece, è stato un leader o un grande amministratore del Veneto?
«Io Zaia non l’ho conosciuto e quindi non posso giudicarlo personalmente. Ma quando uno viene votato così tanto significa che qualcosa di buono ha fatto. Lui il Veneto lo ha conquistato. Però non pensiamo che un presidente di Regione diventi automaticamente un leader nazionale: il presidente del Consiglio deve essere un leader a 360 gradi, le responsabilità sono diverse».
Si è parlato di un avvicinamento fra Luca Zaia e Marina Berlusconi. Lei ce li vede insieme?
«Non ne so niente. Ma tenderei a dire che sono due mondi diversi, lontani culturalmente. Se si incontrano, si incontrano per motivi di interesse, ma sono talmente lontani che anche l’interesse fa fatica a incontrarsi».
Lei è stato il fondatore Auditel. Oggi che televisione guarda?
«Solo La7. Tratta argomenti interessanti e ha bravi professionisti, magari antipatici, ma bravi. E dall’altra parte non c’è niente. L’unica cosa che mi fa deviare da La7 è Netflix. Rai e Mediaset hanno programmi diversi».
Se avesse trent’anni oggi, che cosa farebbe?
«Farei esattamente quello che ho fatto, naturalmente ridisegnando il mio sapere e la mia creatività sul mondo di oggi. Passavo ore nei supermercati per capire il consumatore: gli chiedevo perché comprava un prodotto, se leggeva l’etichetta. Oggi dovrei entrare in una galassia che non so neanche come si chiami. Ma lo farei».
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