Tiribelli: «Il fegato è il più importante degli organi, 5 vodke di fila e i giovani finiscono in coma»

Il medico veneziano che ha creato a Trieste la fondazione per lo studio delle malattie epatiche: «Il “binge drinking” è più pericoloso del bere alcolici ogni giorno. Aumenta di 70 volte il rischio di epatite acuta. A 80 anni fatico a vedere nei giovani d’oggi i valori che furono i miei»

Stefano LorenzettoStefano Lorenzetto

Ci vuole fegato, sulla soglia degli 80 anni, a passare ancora, tutti i giorni, 7-8 ore filate in ufficio. Del resto, il professor Claudio Tiribelli, che raggiungerà l’ambito traguardo il 6 ottobre, si è dato come programma di vita il motto coniato da Gabriele D’Annunzio per l’impresa di Fiume: «Non ducor, duco», non sono condotto, conduco.

Nel suo caso, la prerogativa è da ritenersi pressoché normale, visto che fu proprio lui, il 21 luglio 2008, a far nascere a Trieste la Fif (Fondazione italiana fegato), la Onlus più accreditata nello studio delle malattie che colpiscono l’organo considerato, fin dalla notte dei tempi, sede del coraggio. È una delle realtà medico-scientifiche più prestigiose a livello internazionale, tant’è che accoglie laureati e ricercatori non solo dalle università d’Italia, in particolare quelle del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto, ma anche dagli atenei di molti Paesi, quali Filippine, Indonesia, India, Palestina, Brasile, Argentina, Bolivia, Messico, Stati Uniti, Francia, Spagna, Repubblica Ceca.

Da città d’adozione, Trieste è diventata la casa dell’epatologo, come fu sancito dall’allora sindaco Roberto Dipiazza, che gli conferì il Sigillo trecentesco del capoluogo giuliano. Tiribelli ci arrivò nel 1972. A portarlo qui, affinché si specializzasse in gastroenterologia, fu il professor Giorgio de Sandre, originario di San Martino di Lupari, che lo aveva accolto al Policlinico di Verona e tenuto con sé per due anni prima della laurea, conseguita all’Università di Padova nel 1971.

 

Tiribelli è stato visiting professor all’Università di Toronto in Canada e alla Polytechnic University di New York e ricercatore scientifico all’Università di Groningen, nei Paesi Bassi. È stato anche il primo a ricoprire la carica di segretario dell’Easl, l’associazione europea per lo studio del fegato, che non a caso ha celebrato a Barcellona, a fine maggio, la propria sessione generale nella Sala Tiribelli. Raramente indossa il camice bianco e quasi mai la giacca: «La mia divisa d’ordinanza è il maglione blu».

Originario di Venezia, è sposato con Rita Russo, che per anni si è occupata di viaggi turistici in Egitto. «Nel Paese africano erano approdati nel 1869 i bisnonni di mia moglie, lui originario di Sorrento, lei di Camogli, al seguito di Ferdinand de Lesseps, l’imprenditore francese che stava ultimando la realizzazione del Canale di Suez progettato da Luigi Negrelli. Io invece ero predestinato a fare l’ingegnere», dice il professore.

Predestinato perché?

«Era la professione di mio padre Mario e di mio fratello Paolo. Per non diventare come loro, appena uscito dal liceo scientifico Benedetti di Venezia pensai: m’iscrivo a Medicina, 6 anni; se mi va male, passo a Chimica, solo 4».

Rifarebbe quella scelta?

«Certo! Aiutare le persone è la cosa più bella che possa capitarti nella vita».

Com’è nata la Fif?

«Da un fondo per le malattie del fegato, nato dal 1976. Non volevo che quanto avevo costruito in tanti anni andasse perduto. L’aiuto decisivo della Regione Friuli-Venezia fece sì che potessi proseguire il cammino con la Fondazione italiana fegato nel campus Science park di Basovizza, grazie anche a un contributo della Fondazione Cassa di risparmio di Trieste».

Che cosa fa la Fif?

«Tre cose. La prima: ricerca traslazionale; significa che un problema clinico viene portato in laboratorio, risolto e la soluzione applicata in ospedale. La seconda: forma epatologi di varie nazioni, i quali arrivano qui per specializzarsi. La terza: consulenza clinica in Italia e all’estero. La valenza internazionale della fondazione è elevata. Non è facile esservi ammessi. I posti sono pochi».

Quanti?

«In questo momento abbiamo sei dottorandi inviati dal ministero della Ricerca delle Filippine, che ce ne manda due ogni anno. Restano qui per un triennio. Aggiunga un indonesiano, quattro italiani e una decina di borsisti».

Un istituto per pochi eletti.

«In tutto una ventina di persone, seguite da cinque senior e dal qui presente direttore scientifico. Ma le richieste che ci arrivano sono più del triplo».

Cosa mette a disposizione?

«Uno stabulario e i macchinari necessari per fare biologia molecolare nonché ricerca traslazionale e genomica».

Chi paga?

«Anche lei, se lo desidera. Con 10 euro l’anno diventa socio ordinario, con 100 benemerito, con 3.000 sostenitore, tutte somme detraibili dalle tasse. Con 30.000 euro l’anno le erigiamo un monumento. Scherzo: quella è la cifra che ci eroga l’Asugi, l’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina. Godiamo anche di finanziamenti dallo Stato, dall’Unione europea, dai governi delle Filippine e dell’Indonesia. Sono nostri soci la Banca di credito cooperativo di Staranzano, l’Istituto De Bellis di Castellana Grotte, in Puglia, e la Prodigys, una company di computeristica operante nel campus Science park di Basovizza. Attualmente, sono con noi tre borsisti dell’ente indonesiano corrispondente al nostro Cnr, nell’ambito dei Prin, i Progetti di ricerca di interesse nazionale del ministero dell’Università. In collaborazione con il Centro di fisica teorica di Trieste, fondato nel 1964 dal fisico pakistano Abdus Salam, premio Nobel, stanno studiando un approccio quantistico al fegato».

È strano che da Filippine e Indonesia vengano a specializzarsi a Trieste.

«Nel Sudest asiatico hanno deciso d’investire in ricerca. Il governo filippino ha creato una rete epatologica nazionale che è gestita da due dottori di ricerca usciti dalla Fondazione italiana fegato».

Ecco, parliamo del fegato.

«È l’organo più importante del corpo umano».

Credevo che il più importante fosse il cuore, senza il quale il fegato non funziona.

«No, il cuore è solo una pompa. Il fegato fa molte più cose. Quando gli aruspici aprivano un animale da sacrificio, la prima cosa che esaminavano era il fegato. Infatti, ci resta il Fegato di Piacenza».

Mi coglie impreparato.

«È un modello in bronzo di fegato ovino risalente a II-I secolo avanti Cristo, con iscrizioni etrusche, usato dagli aruspici per la divinazione. È conservato nei Musei civici di Palazzo Farnese, a Piacenza, appunto». (Me ne mostra una copia che tiene in studio).

Mea culpa.

«Nel fegato c’è scritto tutto quello che possiamo sapere sul futuro. È l’organo più grande del corpo, se si eccettua la pelle, che è il più esteso. Arriva a pesare 1,8 chili, contro gli 1,5 del cervello e gli 1,3 dei polmoni. Ed è anche l’organo che svolge più funzioni. Parlo di circa 4.000 reazioni enzimatiche e della trasformazione di tutte le sostanze insolubili in sostanze solubili in acqua. Tenga presente che le nostre vie di escrezione sono legate all’acqua, dalla saliva all’urina. Un esempio classico è la bilirubina, quella che nell’ittero provoca la colorazione giallastra della pelle: il fegato la fa diventare solubile nell’acqua e quindi eliminabile attraverso il rene».

Uno spazzino.

«Drena il sangue che viene dall’intestino, distribuendo le sostanze nutritive. E raccatta quelle tossiche, che gestisce rendendole innocue».

Si dice: il fegato è un organo «silenzioso». Che significa?

«Che non ti accorgi di averlo. In quella zona si avverte dolore solo in due casi: nella colica biliare, quando dalla cistifellea i calcoli passano nel coledoco, e nello scompenso cardiaco, quando il fegato improvvisamente si gonfia perché il cuore non sta pompando a sufficienza. Ma questo non è di per sé indice di malattia, la quale subentra solo se la sua funzione si riduce di oltre il 70 per cento. Le ricordo che gran parte dei nostri organi lavorano al 30 per cento delle loro potenzialità».

E se il fegato si ammala?

«Se ne può asportare anche metà ed esso si rigenera. È l’eterno mito di Prometeo, legato a una roccia per aver mancato di rispetto a Giove. Durante il giorno il suo fegato veniva divorato da un’aquila e di notte si rigenerava».

Al di fuori della mitologia?

«Si rigenera nel giro di 20 giorni. In Giappone fanno lo split liver, il trapianto del lobo sinistro, donato da un vivente».

Una speranza nella steatosi epatica, detta fegato grasso.

«Il 40 per cento della popolazione adulta presenta questa degenerazione. È un campanello d’allarme di qualcosa che non va a livello metabolico. Come diceva un mio caro collega di Pisa, il professor Ferruccio Bonino, il fegato steatosico è paragonabile all’asticella che misura l’olio nel motore. Quando è al minimo, l’auto marcia lo stesso, ma rischia di fermarsi. Idem il corpo se la steatosi si lega alla malattia metabolica: obesità, diabete di tipo 2, ipertensione. Un’emergenza mondiale, ben compendiata nella parola globesity. Qui abbiamo due gruppi di ricerca che studiano gli indici di sofferenza epatica. Sono collegati a reti internazionali».

La steatosi è pericolosa?

«Non è la quantità di grasso nel fegato che fa la differenza, bensì la quantità di infiammazione e di attivazione della fibrosi associata al danno epatico, che porta a una malattia importante. In alcune regioni del mondo, soprattutto Sud America, Centro America e Medio Oriente, l’obesità colpisce circa la metà degli adolescenti. In Egitto oltre il 50 per cento della popolazione è obeso. Questi sono soggetti fortemente a rischio per le malattie cardiovascolari ed epatiche. Si è calcolato che entro il 2040 la cirrosi metabolica costringerà al trapianto ragazzi in sovrappeso dell’età di 15 anni. Ecco perché la nostra fondazione ha varato tre programmi di prevenzione, sul fronte educativo e nutrizionale».

Con quali obiettivi?

«Staccare dagli smartphone e dai computer i bambini, farli camminare. E nutrirli in modo sano, evitando i grassi idrogenati delle merendine. È dimostrato che l’olio extravergine di oliva è un ottimo antiossidante e cura gli effetti negativi della steatosi».

La soglia di rischio da che cosa è rappresentata?

«Dalla presenza di più del 10 per cento di lipidi nelle cellule del fegato. Ma si tratta di una condizione totalmente reversibile, a patto di mangiare meglio e fare movimento».

Altrimenti?

«In 10-15 anni degenera in un’infiammazione cronica e in una fibrosi, che non è reversibile e conduce alla cirrosi epatica».

Come si diagnostica la steatosi?

«Con un’ecografia. Per definire la percentuale di grasso nel fegato, fino a ieri avevamo bisogno di una risonanza magnetica, un esame molto costoso, non di routine. Ma ora, con l’Università di Bari, un’azienda di software della stessa città e il Cluster biomedico scienze della vita della Regione Friuli-Venezia Giulia, stiamo portando avanti uno studio per quantificarla grazie a una semplice ecografia. Penso che ci arriveremo entro un anno».

L’alcol è nemico del fegato. I giovani ne abusano, soprattutto nel fine settimana.

«Il binge drinking è più pericoloso per il fegato del bere alcolici ogni giorno. Chi frequenta le discoteche ha il 32 per cento di probabilità in più di ubriacarsi. Ingollare drink a ripetizione aumenta di 70 volte le probabilità di un’epatite alcolica acuta con coma. Il corpo ha tre sistemi per difendersi dall’alcol: il vomito, il respiro che ne elimina il 10-15 per cento attraverso i polmoni, il fegato che lo neutralizza per l’80 per cento grazie all’alcoldeidrogenasi. Ma questo enzima nei ragazzi fino ai 18 anni scarseggia. Perciò, un quarto d’ora dopo che hanno bevuto tanto, l’etanolo è tutto in circolo nel sangue. Poi ci meravigliamo delle stragi del sabato sera».

Il professor Luigi Rainero Fassati, 90 anni, che ha trapiantato il fegato a 692 pazienti, mi ha raccontato: «Cinque bicchierini di vodka uno in fila all’altro bastano per lasciarci la pelle. Ho curato 24 giovani in coma epatico, a 8 di loro ho dovuto trapiantare il fegato».

«Le nuove generazioni sono totalmente perse. Io sono astemio, se bevessi alcolici mi addormenterei al volante, a malapena sopporto la birra. A 80 anni fatico a scorgere nei giovani d’oggi i valori che sono stati i nostri. Vivono appesi ai social, non hanno tempo per altro. Imparare? Aiutare? Creare? Non sia mai! Per loro conta solo l’esteriorità. Scarseggiano le utilitarie e abbondano i Suv, che consentono di farsi notare. Non capisco dove trovino tutti i soldi che sperperano».

Nel bere o nelle auto?

«Anche in spritz e mojito. Sono capaci di spararsi 8 aperitivi in una sera. A Roma il costo medio di uno spritz è di 7 euro, a Milano di 10. In un sabato fanno dai 56 agli 80 euro. Moltiplichi per quattro settimane: diventano 224-320 euro. Vogliamo aggiungerci le bevute del venerdì sera? Si sale a 448-640 euro. È quasi la metà di uno stipendio medio, ci rendiamo conto?».

I farmaci danneggiano il fegato?

«Dipende dalla quantità. Prenda la Tachipirina, a base di paracetamolo. È il medicinale più venduto in Italia. Se lo assumiamo per i dolori o l’emicrania, non è tanto tossico. Ma nel Regno Unito chi vuole suicidarsi arriva a prenderlo in quantità tali da procurarsi un’epatite acuta. Pura follia, ovviamente, ma che dimostra il grado di tossicità».

Come si protegge il fegato?

«Con lo stile di vita. Togliamoci dalla testa che esistano acque e tisane depurative, erbe miracolose, epatoprotettori portentosi. Sono tutte imposture pubblicitarie inventate per spillare soldi alla gente, non vi è nulla di scientificamente dimostrato».

Alimenti nocivi?

«Tutti e nessuno. Vale sempre la regola della quantità. “Dottore, posso mangiare le patatine fritte ogni giorno?”. La risposta è no. “Posso mangiarle una volta a settimana?”. La risposta è sì. Ai nostri pazienti cirrotici concediamo persino di mangiarsi i calamari fritti accompagnati da maionese, ma saltuariamente».

Il digiuno intermittente, oggi tanto di moda, danneggia il fegato?

«Forse lo aiuta, secondo un recente articolo dell’autorevole New England Journal of Medicine. Chi lo adotta, lo fa per motivi dietetici. Ma, se fosse vero che riduce il peso, tutti i musulmani durante il ramadan dovrebbero dimagrire, e invece non accade».

Parliamo di tumori del fegato.

«Stanno aumentando. Ormai rappresentano la sesta causa di morte nel mondo. Per una diagnosi precoce è fondamentale la biopsia liquida. Qui alla Fif abbiamo due gruppi, guidati da un senior italiano e da uno indonesiano, impegnati in una ricerca promettente a partire da un’alterazione genica».

Come si curano le neoplasie?

«Da un lato con i chemioterapici, dall’altro con la riduzione dell’angiogenesi, per rendere il tumore affamato di ossigeno e di sangue. Funziona molto bene anche l’associazione tra farmaci antitumorali e immunoterapia».

Come fare per scoprirli?

«Direi che, dai 60 in su, ogni due anni è ragionevole sottoporsi a un’ecografia addominale».

Colpiscono di più gli uomini o le donne?

«Gli uomini. Il rapporto è di 1 a 3».

Secondo lei perché esistono tanti modi di dire su quest’organo? Aver fegato, mangiarsi il fegato, farsi venire il mal di fegato...

«Perché è, da sempre, il grande giocatore nella nostra vita quotidiana. Per la medicina tradizionale cinese, che ha 5.000 anni, consuma molta più energia di tutti gli altri organi. Lo veda come un direttore d’orchestra sul podio: nessuno strumentista faticava più di Arturo Toscanini. La qualità della musica la faceva lui».

 © MARSILIO EDITORI

Riproduzione riservata © il Nord Est