Giada Monami, un medico nel cuore del Nordest: «Ora indago sui guariti a Lourdes»

Viene dall’Italia la prima donna nominata alla presidenza del Bureau des constatations médicales, istituito nel 1883: «Da bambina fingevo di operare la Barbie. Amavo la chimica, scelsi di diventare farmacista. Ma nei quattro anni al Sidney Kimmel cancer center della Thomas Jefferson University di Filadelfia scoprii la passione per la medicina»

Stefano LorenzettoStefano Lorenzetto
Giada Monami, Presidente del Bureau des constatations médicales davanti alla grotta delle apparizioni

Secondo la testimonianza resa da Bernadette Soubirous, fu un rumore «come una folata di vento» ad annunciarle la prima apparizione della Madonna a Lourdes, ai piedi dei Pirenei, l’11 febbraio 1858, mentre raccoglieva sterpi per la stufa presso la Grotta di Massabielle.

Trascorsi 168 anni, il vento del Nordest ha sospinto la prima donna, un’italiana, alla presidenza del Bureau des constatations médicales che, nel santuario francese eretto alla Vergine, esamina le guarigioni prive di spiegazioni, fino a oggi decine di migliaia, solo 72 delle quali riconosciute dalla Chiesa come miracoli.

L’ingresso del Bureau des constatations médicales di Lourdes
L’ingresso del Bureau des constatations médicales di Lourdes

Si chiama Giada Monami, friulana. Medico internista,è originaria di Pordenone. Dietro un’apparente affabilità, maschera una riservatezza granitica, estesa persino ai particolari più insignificanti: «Sono nata nell’ottobre del 1976. In quale giorno? Non c’è bisogno di saperlo. Ottobre. È sufficiente così».

Vissuta a Trieste, Udine, Verona e Venezia, ha ereditato l’incarico da Alessandro de Franciscis, 70 anni, primo italiano, dopo 14 francesi, ad aver guidato, a partire dal 2009 e fino al 2026, l’Ufficio delle constatazioni mediche istituito nel 1883; un pediatra che con la sua irruenza da napoletano mandò a farsi friggere l’attore Zac Efron, arrivato a Lourdes con una troupe di Netflix a girare il documentario Con i piedi per terra, ma che alla fine accettò di parlare in lungo e in largo.

Invece la dottoressa friulana è accomunabile, per ritrosia, a Bernadette, la quattordicenne analfabeta che raccontò di aver visto apparire la Madonna per 18 volte dall’11 febbraio al 16 luglio 1858, prima santa di cui esista un’immagine vera. La veggente divenuta suora, costretta a stare in posa 20 minuti per il dagherrotipo, alla fine lamentò di aver fatto la più grande penitenza della sua vita. A un certo punto ho avuto la netta impressione che questa intervista abbia richiesto lo stesso sacrificio compiuto per quella fotografia.

Bernadette Soubirous, oggi santa. Nel 1858, a 14 anni, disse di aver visto 14 volte la Madonna
Bernadette Soubirous, oggi santa. Nel 1858, a 14 anni, disse di aver visto 14 volte la Madonna

Monami si laurea in farmacia nel 2002 all’Università di Trieste, con una tesi in patologia generale. Subito dopo parte per gli Stati Uniti. Dal 2003 al 2007 è al Sidney Kimmel cancer center della Thomas Jefferson University di Filadelfia, nel dipartimento di urologia, dove approfondisce i meccanismi molecolari coinvolti nella proliferazione cellulare, nella migrazione e nell’invasione metastatica tumorale. Rientrata in Italia, s’iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Udine e nel 2014 si laurea con 110 e lode.

Dal 2015, per 6 anni, è specializzanda e medico praticante nell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona. Qui, nel 2020, consegue la specializzazione in medicina interna con il massimo dei voti, 70/70, e la lode. Dal 2021 lavora per un anno all’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, sempre nel Veronese.

Dal 2023 al 2025 si trasferisce all’ospedale civile Santi Giovanni e Paolo di Venezia. La sua attività clinica l’ha portata a prendere in carico pazienti complessi, colpiti da plurimorbilità, cioè da due o più malattie croniche, in particolare in ambito cardiovascolare e cardiometabolico.

Durante la pandemia da Covid-19, Monami è stata in prima linea nelle consulenze di pronto soccorso e nelle emergenze ospedaliere a Verona. Vanta anche una solida esperienza nella ricerca: ha presentato i suoi studi in vari congressi ed è autrice di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali. Fa parte della Società italiana di medicina interna. Negli Usa era componente dell’American association for cancer research.

L’intervista 

Ha studiato per fare la farmacista, tuttavia ha preferito diventare un medico.

«Sono sempre stata attratta dalla chimica. La farmacia mi sembrava una via di mezzo fra la professione di mio padre Andrea, medico, e questo mio interesse, che al liceo scientifico di Pordenone mi portò persino a partecipare alle Olimpiadi della chimica. La galenica, con le preparazioni magistrali, mi piaceva molto. Amavo stare in laboratorio. Infatti, dopo la laurea quinquennale, ho lavorato nella farmacia ospedaliera della mia città natale».

Dopodiché ha prevalso la passione per la medicina.

«Sarei stata portata anche per la chirurgia. Da piccola fingevo di operare la Barbie. La mano l’avrei avuta, il fisico no. Quello del chirurgo è un mestiere molto faticoso, devi stare ore e ore in piedi al tavolo operatorio. Non ce l’avrei fatta».

Chi sono stati i suoi maestri?

«Il professor Pietro Minuz, ordinario all’Università di Verona e all’epoca direttore della Medicina generale C del Policlinico di Borgo Roma, il professor Cristiano Fava e il dottor Luigi Fondrieschi».

All’ospedale di Negrar che faceva?

«Ho lavorato nella Medicina fisica riabilitativa e lungodegenza fisiatrica diretta dal dottor Zeno Cordioli e ho collaborato con l’Unità operativa complessa di ortopedia e traumatologia diretta dal dottor Claudio Zorzi».

E a Venezia?

«Ho interagito strettamente con diabetologi, endocrinologi e angiologi nell’unità diretta dalla dottoressa Cristiana Leprotti».

Era preparata per la nomina a presidente del Bureau des constatations médicales?

«“Preparata” è una parola grande. Siamo medici e, come tali, ci aggiorniamo, approfondiamo, miglioriamo. È una preparazione continua, che non finisce mai».

Ma a lei è richiesta una dote supplementare: saper valutare se la Vergine ha propiziato o no un miracolo.

«In medicina non parliamo mai di miracoli, solo di guarigioni. Alcune spiegabili e altre che, per le attuali conoscenze della scienza, sono inspiegate. A Lourdes ci atteniamo a 7 criteri molto specifici, gli stessi utilizzati dal Dicastero delle cause dei santi in Vaticano. Furono fissati dal cardinale Prospero Lambertini, che nel 1740 sarebbe divenuto papa con il nome di Benedetto XIV».

Colui che diede l’imprimatur alle opere di Galileo Galilei.

«Fu un pontefice estremamente illuminato, promotore di studi scientifici improntati a un moderno metodo sperimentale, e modificò l’Index librorum prohibitorum».

Mi elenchi queste regole per lo studio delle guarigioni.

«Sono criteri scientifici, solidi, utilizzati ancor oggi perché assolutamente validi. Primo: una diagnosi certa. Secondo: la malattia deve avere una prognosi severa. Terzo: la guarigione deve essere inaspettata, improvvisa. Quarto: deve essere istantanea. Quinto: deve essere completa. Sesto: deve essere duratura nel tempo. Settimo: non vi devono essere spiegazioni mediche possibili alla guarigione. Con l’applicazione di questi criteri, noi medici possiamo valutare se effettivamente una guarigione può ritenersi scientificamente spiegabile oppure no dalla medicina dei nostri giorni».

Però non spetta a voi decretare un miracolo.

«A noi spetta di determinare se la guarigione è spiegata o meno dalla medicina allo stato attuale. Una persona viene da me e racconta la sua storia. Se sussistono i presupposti, convoco una riunione con il personale sanitario – medici, infermieri, farmacisti e così via – presenti a Lourdes in quel momento. Mi aiutano i registri sui quali i colleghi in pellegrinaggio vengono a iscriversi. In tale riunione discutiamo collegialmente il caso clinico. Se riteniamo che sia meritevole di approfondimento, lo presentiamo al Cmil, il Comité médical international de Lourdes, una commissione composta da una trentina di professori e ricercatori in varie branche della medicina. La commissione studia attentamente il caso fino al punto da poter affermare con certezza se la guarigione sia spiegata oppure no dalla medicina attuale. Durante le riunioni è sempre presente il vescovo di Tarbes e Lourdes, Jean-Marc Micas, che presiede il Cmil e ascolta, osserva e giudica la serietà del processo scientifico. Qualora la commissione ritenga il caso non spiegabile dalla medicina, monsignor Micas contatta il vescovo della diocesi in cui risiede la persona guarita. È solo quest’ultimo che, a sua discrezione, può ritenere la guarigione miracolosa oppure no».

Quali sono le malattie più gravi sulle quali, nel corso della storia del santuario, si è indagato secondo i 7 criteri del cardinale Lambertini?

«È difficile stilare una classifica, perché tutto deve essere messo in relazione anche alle cognizioni della medicina e alla qualità di vita nei diversi momenti storici. Tra le 72 guarigioni riconosciute miracolose, vi sono, per esempio, malattie tumorali maligne, come i sarcomi ossei; malattie infettive, molte delle quali legate alla tubercolosi, o di tipo neurodegenerativo, come la sclerosi laterale amiotrofica e la sclerosi a placche».

La testimonianza di Alexis Carrel nell'archivio di Lourdes
La testimonianza di Alexis Carrel nell'archivio di Lourdes

Nel vostro archivio c’è la nota su Marie Bailly che Alexis Carrel, chirurgo di Lione in pellegrinaggio a Lourdes, vergò di suo pugno il 28 maggio 1902: «Era quasi un cadavere quando fu portata alle piscine; all’uscita si notò un lievissimo miglioramento, che proseguì in modo evidente durante la permanenza alla Grotta, fino a sfociare in una vera e propria apparente risurrezione». Nelle sue memorie Carrel scrive: «Non posso comprenderlo, ma non posso neppure dubitare di ciò che ho visto con i miei stessi occhi».

«Lo scienziato, agnostico, si convertì dopo avere constatato la guarigione della giovane donna affetta da peritonite tubercolare. Qualche anno più tardi, nel 1912, gli fu conferito il premio Nobel per la medicina».

E del miracolo che riguardò il trentino Vittorio Micheli che cosa sa?

«Il signor Micheli, in seguito a un pellegrinaggio a Lourdes, fu guarito da un sarcoma dell’anca sinistra, diagnosticatogli alcuni mesi prima a Verona. La guarigione avvenne nel 1963, quando aveva 23 anni, ed è stata dichiarata miracolosa da monsignor Alessandro Gottardi, arcivescovo della diocesi di Trento, nel maggio del 1976. È il 63° miracolo riconosciuto di Lourdes. Ho avuto il piacere di conoscere Micheli, in ottima salute, durante uno dei miei primi pellegrinaggi a Lourdes. Era venuto per ringraziare nuovamente la Madonna e per portare la sua testimonianza».

Antonietta Raco, guarita a Lourdes. Il suo è il 72esimo miracolo
Antonietta Raco, guarita a Lourdes. Il suo è il 72esimo miracolo

Ha conosciuto altri miracolati?

«Sì, Antonietta Raco, originaria della Basilicata. Una persona splendida. Era affetta da sclerosi laterale primaria, una grave malattia neurodegenerativa che le aveva progressivamente compromesso la capacità di camminare e provocato problemi respiratori. Arrivò a Lourdes nel 2009, costretta in carrozzina. Mentre la immergevano nelle piscine del santuario, udì una voce dolcissima: “Non avere paura”. Subito dopo, un dolore lancinante. Avvertì immediatamente che qualcosa in lei era cambiato. Tornata a casa, risentì la voce celestiale: “Diglielo!”, e così si confidò con il marito. Oggi sta bene, cammina. Il suo è il 72° miracolo di Lourdes, riconosciuto dalla Chiesa lo scorso anno».

Le è già capitato di esaminare testimonianze da quando ha preso servizio il 15 aprile?

«Alcune».

«Alcune» quante?

«Alcune. Incontro anche persone che qui hanno trovato la grazia per affrontare meglio la malattia e le cure».

Ma lei, come medico, pensa che parlerà mai, un giorno, di miracolo?

«Io mi occupo di guarigioni vere o presunte secondo le attuali conoscenze della medicina. Il resto spetta alla Chiesa. Le credenze personali non inficiano nel modo più assoluto il rigore scientifico con il quale lavoriamo. Per un parente malato si cerca un buon medico, non un medico che sia di una religione anziché di un’altra».

Vittorio Messori raccontò nel libro Il miracolo la storia del contadino spagnolo Miguel Juan Pellicer, cui nel 1637 fu amputata la gamba destra. Dopo aver invocato la Madonna del Pilar, il 29 marzo 1640 si risvegliò con l’arto nuovamente integro. Vi fu un processo canonico con numerose testimonianze giurate. Nel 1641 il fatto venne dichiarato miracoloso dall’arcivescovo di Saragozza. Come risponde a chi obietta che a Lourdes nessuno si è ritrovato riattaccata una gamba amputata?

«Dio opera secondo i suoi disegni imperscrutabili. A noi non è dato di poter sapere che cosa debba fare, né come né dove né quando. Se in futuro vorrà farlo a Lourdes, lo farà».

Quando vide Lourdes per la prima volta?

«Ci arrivai in pellegrinaggio da Pordenone nel 2008, con i volontari dell’Unitalsi. Ero cresciuta sentendo raccontare in casa l’atmosfera di questo luogo, perché mio padre ci veniva con la stessa associazione. Ne parlava come di una vacanza speciale, in cui da medico si metteva al servizio degli altri. Un meraviglioso mondo fatto di amicizia, di preghiera, di condivisione, in cui ognuno porta ciò che può. Compresi i malati. Anzi, a volte loro insegnano molto più di chiunque altro».

Che cosa insegnano?

«Ad avere la forza morale per sopportare la sofferenza, ad affrontarla con positività e con l’umiltà di chi riesce ad accettare che la vita abbia alti e bassi».

Anche lei, come suo padre, in passato era stata volontaria a Lourdes?

«Sì. La prima volta cercavo un pellegrinaggio le cui date coincidessero con le mie ferie di medico. Scelsi quello dell’Unitalsi di Treviso. Il dottor Loris Confortin, responsabile dei medici della sezione trevigiana, mi accolse con sua moglie Maria come se fossi parte della sua famiglia. Confortin è un professionista eccellente, un diabetologo noto, che ha lavorato in varie sedi ospedaliere del Veneto».

Com’è la sua giornata tipo?

«Arrivo al santuario alle 8.30 e subito mi reco alla Grotta delle apparizioni per salutare e ringraziare la Vergine. Poi vengo al Bureau ad ascoltare racconti. Alle 17 seguo la processione eucaristica con i medici in pellegrinaggio. Quindi di nuovo in ufficio fino alle 19».

E nel tempo libero che fa?

«Sono friulana, il poco che mi avanza lo dedico alle camminate, memore di quelle che facevo sul monte Cavallo, soprattutto nell’antico borgo di Marsure. Qui sono salita fino al Pic du Midi. Ma passeggio anche al Lac de Lourdes, che si estende per circa 50 ettari nel verde dei Pirenei».

Che cos’ha di particolare questo santuario mariano rispetto a Fatima o a Pompei?

«A parte la presenza dell’Ufficio delle constatazioni mediche, un’istituzione unica nel suo genere a livello mondiale, la Vergine è una sola e si manifesta al cuore degli uomini come meglio crede. Qui forse vi sono minori distrazioni e questo favorisce una connessione più profonda con Dio».

Ha mai chiesto alla Madonna una grazia per sé o per altri?

«Le grazie sono quotidiane per tutti. Milioni e milioni. Grazie del cuore, dello spirito».

Dell’acqua che sgorga nella grotta che mi dice?

«Tutte le analisi hanno accertato che è una normale acqua di sorgente, potabile».

Dunque, che effetto le fa vedere che viene imbottigliata e portata via con le taniche?

«Non sta a me giudicare. Constato solo che fu Nostra Signora di Lourdes a raccomandare a Bernadette, durante la nona apparizione, il 25 febbraio 1858: “Andate a bere alla sorgente e lavatevi”».

 

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