Il tumore al seno e 9 mesi di vita, la storia di Chiara: «Così sono rinata». E Mattarella la premia
A trent’anni il cancro al seno, nel 2020 una metastasi e scarsissime aspettative di futuro. Chiara Ruaro, veneziana di Marghera, non si è arresa. Dopo l’operazione, la laurea in Giurisprudenza e l’impegno nel sociale: «Alle donne dico: non abbiate paura, lo screening salva la vita. Non siete sole»

«Da una cosa brutta, può nascerne una bella». Esordisce così, la 51enne Chiara Ruaro, di Marghera, nel raccontare la propria storia. Fatta di cadute, di momenti difficili, di rinascita e di lotta per tutte le altre donne. Una storia che ha voluto premiare anche il capo di Stato Sergio Mattarella, che le ha conferito il titolo di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica.
Dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro al seno a trent’anni e aver affrontato cicli di chemio e radioterapie e due operazioni, Chiara vive per quattordici anni «libera», come racconta.
Poi, nel 2020, nel pieno del Covid, arriva la diagnosi: cancro metastatico. Una doccia fredda comunicata con altrettanta freddezza, nell’ambulatorio medico di un’altra provincia, dal momento in cui l’Angelo era ospedale hub per il Covid e lei non poteva tornare nella Breast unit in cui era stata seguita. «La diagnosi mi è stata comunicata in piedi, senza un minimo di sensibilità. Il medico mi disse che la situazione era disperata. Alla mia domanda: sto morendo? Mi diede 9 mesi di vita».
Era dicembre e quello sembrava essere l’ultimo Natale per Chiara. Lei reagisce con ironia e a quel medico così freddo risponde: «Scado prima dello yogurt che ho in frigo». Da allora, però, sono passati altri sei natali e Chiara li ha festeggiati tutti. E, dice, intende addobbare l’albero ancora molte altre volte.
«Fortunatamente sono tornata a Mestre, dove sempre nel 2020 mi hanno fatto un intervento di 12 ore», racconta, «quando mi sono risvegliata, in terapia intensiva, ho trovato il primario, Guido Papaccio, seduto al mio fianco che mi disse che eravamo sulla buona strada. A Mestre ho trovato qualcuno che tifava per me, che mi ha accompagnata per mano». La differenza, dice, è stata questa: la sensibilità dell’équipe, l’empatia dietro al camice, la sensazione di essere accolta e sostenuta. «Io, nella Breast Unit dell’Angelo, ho trovato una casa», aggiunge.
Ruaro torna alla vita con una consapevolezza: nessuna avrebbe più dovuto avere una diagnosi in piedi, la prospettiva di una morte certa, la totale assenza di speranza. Così, in quattro anni e mezzo si laurea in Giurisprudenza, continuando nel mentre a lavorare nella Prefettura di Venezia. «Ho iniziato a partecipare alle campagne nazionali per la sensibilizzazione rispetto al tumore al seno metastatico, con l’associazione Europa Donne Italia».
Sempre tramite l’organizzazione no profit che si batte per i diritti delle pazienti oncologiche, Ruaro racconta la sua storia nel docufilm “Due di noi”, arrivato poi sulla scrivania di Mattarella. Oggi, Chiara racconta di stare bene, «la malattia è sotto controllo farmacologico, le medicine non danno solo più tempo, ma anche una miglior qualità di vita». Così, la 51enne continua a portare avanti la propria battaglia per una sanità più umana, andando a fare delle lezioni di comunicazione medico-paziente nelle università.
«È importante ricordare che dall’altra parte ci sono persone fragili e spaventate, che hanno bisogno di essere sostenute nel percorso». Con il suo impegno e la propria storia, Chiara Ruaro si batte affinché le paure delle pazienti possano essere accolte, affinché tra le mura degli ospedali possano trovare risposte e speranza che, dice, è la medicina più potente.
Il suo pensiero è rivolto sempre alle donne, a quelle che sono in balia della tempesta scatenata dalla diagnosi e a quelle che affrontano lo screening con ansia, temendo il peggio, a cui non si è mai preparate. «A tutte loro vorrei dire che le difficoltà nella vita arrivano sempre, ma prima le intercettiamo e prima troviamo una soluzione, insieme. A me avevano tolto la speranza di un futuro, ma io me lo sono ripreso e cerco di vivere intensamente ogni giorno» conclude.
Riproduzione riservata © il Nord Est
