La presidente delle oncologhe italiane: «Così aiutiamo le giovani colleghe a farsi strada in un settore ancora troppo maschile»
Valentina Guarneri, direttore dell’Oncologia 2 dell’Istituto oncologico veneto, è stata nominata alla presidenza dell’associazione Women for Oncology Italy: «Le donne faticano a proporsi per i ruoli apicali, per questo lavoriamo su mentoring e coaching». E sulla prevenzione: «E’ la prima forma di presa in cura di se stessi»

Ogni anno allo Iov, l’Istituto Oncologico Veneto, arrivano ottocento nuovi pazienti con un tumore alla mammella. Accogliere le singole storie e individuare per ciascuno la miglior cura è il primo passo verso la guarigione, che molto spesso arriva se il cancro viene individuato allo stadio iniziale attraverso la prevenzione.
Valentina Guarneri, toscana di nascita ma ormai veneta per lavoro, è direttore dell’Unità operativa complessa Oncologia 2 dello Iov, oltre che professore ordinario all’Università di Padova e direttore della Scuola di specializzazione in Oncologia Medica. Al suo curriculum recentemente si è aggiunta la nomina alla presidenza di W4O Italy, acronimo di Women for Oncology Italy, l’associazione delle oncologhe italiane, di cui Guarnieri è stata anche socia fondatrice dieci anni fa.
Dottoressa Guarneri, qual è il suo filone primario di ricerca e lavoro?
«Mi occupo da sempre di tumore della mammella, un filone su cui ho costruito gran parte del mio percorso di ricerca e d’accademia, anche con esperienze all'estero. Da cinque anni, da quando dirigo l’Oncologia 2 dello Iov, ho esteso la mia ricerca ai tumori polmonari, ginecologici, al melanoma e a quelli a testa e collo».
Di recente è stata nominata al vertice della Women for Oncology Italy: di cosa si occupa l’associazione?
«L’associazione Women for Oncology Italy nasce da un'iniziativa della Società europea di Oncologia medica per promuovere la crescita professionale delle donne nel settore. Alla base c’è l’idea di creare una rete che si occupi da una parte di creare iniziative che possano favorire la crescita delle professioniste: penso alla formazione, al mentoring, al coaching per aiutare le colleghe a costruire il proprio percorso professionale. Dall’altra di promuovere la parità, quindi per esempio garantire l'accesso alle cure che spesso ha una differenziazione sul territorio nazionale, o l'accesso alla diagnostica, valorizzare i caregiver…».
Perché la categoria ha sentito l’esigenza di fare rete tra oncologhe?
«Noi siamo aperte, ma nell'associazione siamo esclusivamente donne perché l’iniziativa nasce proprio con l'idea di offrire dei percorsi mirati rispetto alle esigenze delle nostre colleghe. L’associazione è nata dieci anni fa: condividiamo problematiche comuni, in questo momento tra donne c'è bisogno di fare rete, cosa che i maschi fanno più spontaneamente».
L'Oncologia è ancora prettamente maschile o si stanno facendo largo le donne?
«Le oncologhe si stanno facendo largo, ma diciamo che le donne si stanno distinguendo in tutta la Medicina a partire dalle laureate che sono più di sesso femminile. Mancano invece le donne nei ruoli apicali: siamo passate dal 20% al 30% in dieci anni. Ma sono ancora poche, motivo per cui con l’associazione stiamo lavorando su formazione, mentoring e coaching. Spesso le donne non si propongono per ruoli apicali, ci sono delle barriere di timore rispetto alla vita personale e professionale e la carriera è spesso vista come qualcosa che va in antagonismo con altre scelte. Ci sono ancora dei modelli che ripropongono purtroppo una leadership al maschile, classiche le riunioni alle sette di sera. Da quando sono direttore allo Iov, le ho abolite. Sono convinta che la work life balance serva a tutti, non solo alle donne. Ma dico no alle quote rosa: devono esistere delle procedure trasparenti che valorizzino il merito, la cultura, la diversità».
E il suo bilanciamento tra vita professionale e vita privata?
«Proteggo fermamente la mia vita privata. Certo il medico oncologo è un lavoro estremamente impegnativo perché coinvolge tanto dal punto di vista umano. Le emozioni ci sono, vanno gestite. E questo è un carico molto importante: se non lo lasci in ospedale e te lo porti a casa, ti condiziona molto il modo di relazionarti. Nel mio caso lavoro a Padova ma la famiglia è a Pisa. Quando torno a casa, il lavoro deve restare fuori, salvo emergenze. Se non metti confini, il burnout è in agguato: i nostri pazienti meritano medici al 1000% in forma e quindi staccare è sano e doveroso».

Medicina di genere, a che punto siamo in Italia?
«Per molti anni la ricerca ha volutamente escluso le donne dagli studi clinici. Io, occupandomi di tumore della mammella, faccio sempre l'esempio alla rovescia, perché nella maggior parte dei casi sono le donne a non essere rappresentate. In questo momento stiamo lavorando sulla raccolta di casistica di pazienti maschi con tumore della mammella. Ci sono molti studi clinici che escludono il maschio e molti farmaci per questa patologia sarebbero in teoria prescrivibili solo per le femmine. Stiamo portando avanti un registro di pazienti con tumore alla mammella maschile per dare sempre più evidenza ad una situazione rara, ma che nei nostri ambulatori troviamo e che dobbiamo curare al meglio, come tutti i nostri pazienti».
Quanti nuovi casi di tumore alla mammella arrivano allo Iov in un anno?
«Nel nostro istituto siamo sugli 800 nuovi casi all’anno. Nei pazienti in cui la diagnosi arriva in fase iniziale, la percentuale di guarigione ha superato il 95%. Di qui l’importanza fondamentale di fare diagnosi allo stadio precoce: fa la differenza».
Parliamo di prevenzione: c'è comunque una quota di donne che non la fa. Cosa si sente di dire loro?
«Aderire alle campagne di screening è la prima forma di presa in cura di se stessi. La mammografia è un esame sicuro dal punto di vista delle apparecchiature, il timore delle radiazioni è ingiustificato, richiede il minimo tempo ma è strategico. Diagnosticare in tempo ha indubbi vantaggi dal punto di vista della guaribilità, ma anche del tipo di intervento chirurgico e degli eventuali trattamenti. La fascia d'età coperta dallo screening del tumore alla mammella in Veneto è quella tra i 45 e i 74 anni, dove abbiamo la maggior parte delle evidenze. Ma non ci dimentichiamo che il tumore può venire prima e anche dopo».
Come una donna può accorgersi che c’è qualcosa che non va?
«Fondamentale è l'autopalpazione davanti allo specchio sin dall’età giovanile, poi prestare attenzione all'aspetto e alla conformazione del seno, osservare se ci sono secrezioni dal capezzolo e se si notano modifiche nel tempo. Bisogna prendere confidenza con il proprio seno: le pazienti su di sé sono più brave a visitare di una persona esterna. E certamente in ottica di prevenzione bisogna avere uno stile di vita corretto, riducendo i fattori di rischio. Quindi alimentazione sana, attività fisica regolare, evitare gli alcolici e il fumo».
Di recente il Veneto ha abbassato l’età dello screening del tumore alla mammella da 50 a 45 anni: significa che questo cancro colpisce sempre più donne giovani?
«La classica fascia 50-70 è quella in cui gli studi hanno dimostrato una maggior performance dello screening mammografico, impattando sulla riduzione della mortalità. Però il tumore alla mammella può venire anche in donne molto giovani, soprattutto se c'è una storia familiare. L’allargamento della fascia d’età è la conseguenza del miglioramento delle nostre capacità di avere degli esami che siano realmente diagnostici».
Quando si comunica una diagnosi di tumore è sempre un momento delicato: la sensibilità femminile può in qualche modo essere un veicolo che può aiutare in questa fase?
«Io credo sia un discorso di sensibilità individuale e professionalità, non ci vedo particolari tematiche legate al genere. Ogni medico ha il suo stile, il suo modo di comunicare e di mettersi in rapporto: ciascuno deve trovare il proprio canale e adattarlo alla persona che ha davanti. E’ un lavoro che si impara a fare pian piano. Lavoriamo comunque in team multidisciplinari e il paziente spesso riceve l’informazione per gradi».
Nel momento in cui il paziente chiude la porta dell’ambulatorio dopo la comunicazione di una diagnosi di tumore, può succedere che il medico accusi la tensione del momento e subentri lo scoramento?
«C’è questo momento, e se si perde svanisce anche la voglia di andare a lavorare. Fondamentale è la condivisione con i colleghi, soprattutto dopo aver affrontato un caso particolarmente complesso dal punto di vista clinico, ma anche ad esempio della relazione con il paziente o i familiari. Il medico deve resettarsi tra un paziente e l’altro e nei momenti liberi deve lasciare lontane le questioni di lavoro. Credo molto nella forza del team, in Italia specie nel pubblico si fa ancora poco team building. Io ci ho provato, ho portato il mio gruppo a cucinare: ci siamo dovuti aiutare in un contesto del tutto diverso dall’ospedale. Ma quel che abbiamo imparato poi torna utile sul lavoro».
Un medico donna che lavora principalmente con le donne: si crea una sorta di alleanza con le pazienti?
«L’alleanza terapeutica è sempre da stabilire, indipendentemente dal genere delle parti in causa. Non si prescinde dal rispetto dei ruoli, tuttavia oggi il paziente deve essere parte del percorso di cura. Chi abbiamo davanti non è il povero paziente, ma è una persona che ha una sua vita, una sua individualità, un suo progetto di vita e che è capitato in una diagnosi che può capitare a tutti. Questo percorso richiede tempo, che è una risorsa preziosissima e che spesso purtroppo scarseggia».
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