Fili sottili, perle e mani forti: le impiraresse e la rivoluzione silenziosa delle donne veneziane

Sedute davanti agli usci, pagate a cottimo e senza tutele, le impiraresse furono protagoniste di una delle prime lotte femminili per il lavoro a Venezia. Dallo sciopero guidato da Angela Ciribiri nel 1904 al riconoscimento Unesco, fino alla testimonianza di Luisa Conventi: una storia di resistenza, artigianato e futuro ancora in bilico

Maria Ducoli
Le impiraresse veneziane

Le foto d’epoca le ritraggono chine sulle tavole di legno, piene di perline da infilare in fili sottilissimi. Le gonne lunghe, i grembiuli annodati in vita così come i capelli, stretti in crocchie in cima alla testa. Sono le impiraresse di Venezia che, a fine Ottocento, sedevano a gruppi di tre o quattro davanti all’uscio di casa, davanti a un rio o a un campiello, chiacchierando mentre creavano piccoli capolavori infilando perline di vetro, per guadagnare qualche soldo e uscire dalla povertà.

 

Le impiraresse veneziane
Le impiraresse veneziane

Oggetti che diventavano, così, dei mezzi per inseguire, instancabilmente, la loro emancipazione. Si trattava, infatti, di uno dei pochi lavori retribuiti a cui poteva accedere una donna.

Non c'erano orari, le impiraresse erano in competizione per accaparrarsi le perle da infilzare. Sopra di loro c'era la mistra, una sorta di intermediaria che riceveva le casse di perle dalle fabbriche muranesi e doveva farle infilare. Era lei che sceglieva a chi darle, dando così origine a una sorta di caporalato delle perle.

Anche se povere, analfabete, spesso con troppe bocche da sfamare e quindi un bisogno estremo di lavorare, le donne hanno messo davanti a tutto la loro dignità e i loro diritti e, pur non essendo contrattualizzate, nel 1904 deciso di incrociare le braccia, guidate da Angela Ciribiri.

Per tre settimane oltre duemila donne tennero testa alle pressioni dei padroni. E, alla fine, ottennero l’aumento del compenso tanto agognato. Non solo, portarono alla luce il fenomeno dello sfruttamento, spesso anche minorile visto che tra le impiraresse c’erano molte bambine.

I loro mazzi di perle, con il tempo, sono diventati uno dei fiori all’occhiello dell’artigianato veneziano, riconosciuto dall’Unesco nel 2020, quando l’arte delle impiraresse è stata dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Un riconoscimento atteso, desiderato, che ha dato dignità alle tante donne che hanno aperto la strada alla tradizione.

Alle donne che si sono battute per veder riconosciuto il loro lavoro e a tutte quelle che sono venute dopo, che hanno fatto crescere l’arte portandola in tutto il mondo. Un riconoscimento alle impiraresse, di ieri e di oggi. E, si spera, anche di domani.

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L’intervista a Luisa Conventi

Una perlina dopo l’altra. Con pazienza, concentrazione, manualità, le caratteristiche necessarie per realizzare gioielli, fiori e oggetti di ogni tipo. Tutti diversi, tutti dei piccoli capolavori che raccontano una storia: quella della tradizione veneziana, tutta al femminile, delle impiraresse.

Luisa Conventi
Luisa Conventi

Luisa Conventi, una delle ultime a portare avanti quest’arte antica, quando inizia la sua storia?

«Da giovanissima. Nel 1950 mio zio aprì la ditta e io andavo ad aiutarlo a fare gli orecchini».

Quindi la passione è nata in famiglia. Poi il percorso è stato lineare?

«Assolutamente no. Ho fatto diversi lavori, anche in uffici pubblici, poi nel 1987 ho deciso di seguire la mia passione e di darmi a quest’attività e ho aperto un piccolo laboratorio e assunto altre due ragazze. Poi nel tempo la mia realtà si è ingrandita, si lavorava tanto e anche con grandi magazzini inglesi».

Quando sono arrivate le difficoltà?

«Nei primi anni del Duemila, con l’avvento dell’euro. Abbiamo perso un sacco di lavoro ma non il desiderio di continuare, per sette anni ho organizzato la Festa delle impiraresse, essenziale per tramandare la tradizione, che già si andava perdendo».

Si è persa?

«Sicuramente si è ridimensionata: all’inizio, solo qui in calle Priuli eravamo in sei, ora sono solo io. E in tutta la città siamo rimaste in cinque».

Ha mai pensato di mollare?

«Sì, nel 2017 volevo chiudere, ma facevo fatica a trovare qualcuno a cui affittare. Trovavo solo persone che volevano aprire negozi di souvenir, sale slot o ristoranti, ma cercavo degli artigiani locali. Poi ho capito che era impossibile, la monocultura turistica di basso valore era troppo forte. Con il lockdown ci ho ripensato e ho trasformato i locali, dedicando uno spazio a un museo per i veneziani sulle impiraresse».

E’ stato uno stimolo per ripartire?

«Ero stanca, con un lavoro che mi piaceva da morire ma demoralizzata dal panorama che avevo davanti. Certo, è stato un salto nel vuoto ma anche una scommessa vinta. Oggi è diventato uno spazio vissuto dai veneziani, con presentazioni di libri, incontri sulle tradizioni della città, dalle tabacchine alla voga, altra mia grande passione».

Oggi crede che la sua arte sia sufficientemente compresa e apprezzata o in una città in balia dei della paccottiglia un occhio non esperto rischi di considerarla alla stregua degli altri souvenir?

«Se ai turisti si spiega come sono fatti i prodotti e la storia che c’è dietro, allora si affascinano e capiscono il valore artigianale. Certo, è possibile solo con un certo tipo di turismo, gli australiani ad esempio sono attentissimi. Io cerco di fare proprio questo: educare i visitatori alla nostra arte e alla nostra tradizione».

Una tradizione che è sempre stata femminile.

«Sì, l’arte era delle donne, ma poi in passato le aziende erano condotte dagli uomini».

Oggi la tradizione è in pericolo?

«Voglio essere ottimista: vedo uno sguardo diverso rispetto all’artigianato. Il consumismo sta finendo e le persone sempre più spesso vogliono comprare cose che durano. Qualche ragazza interessata c’è, il problema è che si spaventano tutte all’idea di aprire una ditta. Una volta farlo era normale, oggi è diventato quasi un gesto eroico».

Cosa servirebbe?

«Delle agevolazioni reali, quelle che ci sono oggi sono irrisorie, è tutto troppo impegnativo anche a livello burocratico. L’entusiasmo per l’artigianato c’è, ma manca il ricambio generazionale perché si ha paura».

Dopo Natale, alle Guglie, un negozio di maschere è stato sostituito da uno di souvenir, che tra l’altro probabilmente viola il regolamento anti paccottiglia. Un episodio che non è isolato ma spesso sembra essere la norma.

«Con questi flussi è ovvio che imperversano i negozi di calamite. Bisognerebbe obbligare i proprietari dei locali ad affittare a determinate categorie e con prezzi calmierati, altrimenti è impossibile. Se c’è la volontà politica, ci sono anche le misure. Quelle reali, però, non il ticket d’accesso che non è servito a nulla».

Ci avviciniamo alle elezioni comunalidi Venezia, questo tema dovrebbe essere al centro della campagna elettorale?

«Sì, è fondamentale che chi arrivi a governare Venezia capisca che si tratta di una città che deve avere i propri cittadini. Altrimenti rischiamo che diventi davvero un parco divertimenti. La residenzialità dev’essere la priorità, il turismo viene dopo».

Che anno è stato quello che si è appena chiuso?

«Buono, abbiamo lavorato molto, soprattutto grazie al passaparola perché io non sono social. Sono venuti tanti veneti, ed è sempre bello».

Il suo augurio per il 2026?

«Trovare qualche ragazza che si entusiasmi per questo lavoro».

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