Azzurra Rinaldi, professione economista femminista: «In Italia la parità di genere non c’è e vi spiego perché»
Il gender gap visto dalla prospettiva dei dati che dimostrano come il nostro Paese sia ancora molto indietro sul tema. Parliamo di diseguaglianze economiche tra uomini e donne, ma anche di diverse quote di tempo per sé. Con una convinzione: «Bisogna scegliere se essere un Paese del futuro o fare come l’Italia, che di futuro non parla»

Azzurra Rinaldi, professoressa di economia politica a Unitelma Sapienza a Roma, direttrice della Gender School of Economics, imprenditrice e cofondatrice di una società di formazione e consulenza sui temi della parità di genere: lei si definisce economista femminista. Cosa significa?
«In Italia con questa definizione sembra che tu voglia fare la pasionaria, ma esiste proprio un settore dell'economia che si chiama economia femminista che si colloca in discontinuità rispetto all'economia mainstream. Uno dei principali ambiti di ricerca riguarda il ruolo che le donne rivestono all'interno del sistema produttivo. Che è un ruolo comunque marginale, perché il sistema produttivo è stato pensato dai maschi, per i maschi. Pensiamo al lavoro di cura svolto dalle donne: spesso rimane invisibile, non entra negli algoritmi o nell'econometria, invece nell'economia femminista è fondamentale. Quindi l’economia femminista è proprio un altro modo di vedere l'organizzazione dei sistemi economici».
Di recente in libreria è uscita per Rizzoli con “Soldi, sesso e potere – Come il desiderio muove il mondo (e i mercati)”. Ma secondo lei la parità di genere in Italia è stata raggiunta?
«Sulla parità di genere è importantissimo ancorarsi ai dati che fotografano la realtà. E purtroppo per il nostro Paese la fotografia è in netto peggioramento nel corso degli ultimi anni. Lo vediamo ad esempio con i dati del Global Gender Report, un indice molto complesso che mette insieme ben 150 indicatori. Quest'anno l’Italia è 85esima e ha perso 22 posizioni in un biennio. Viviamo in un contesto dove le amministratrici delegate sono poco più del 3% del totale, in cui le donne sono nemmeno il 22% dei lavoratori che hanno un contratto da dirigente a tempo indeterminato. Ma d’altro canto le stesse donne rappresentano quasi il 67% delle persone che hanno un contratto part-time».

La narrazione che viene fatta generalmente, però, è che la parità di genere sia qualcosa di consolidato e che si navighi ora verso nuovi orizzonti…
«No, assolutamente. I numeri ci dicono tutto il contrario. Viene venduta questa fuffa che la parità di genere è realtà e ciò dà alle aziende e alle istituzioni il via libera per disinvestire su questi temi. Gli effetti in questi ultimi anni purtroppo li vediamo perché i dati sono tutti molto peggiori rispetto a quelli di solo un quinquennio fa. C’è chi dice: “Abbiamo anche la presidente del Consiglio”: basta davvero ciò per dire che le donne sono dappertutto? Vale forse la parte per il tutto?»
Torniamo al libro: da dove le è venuto l’input di scriverlo?
«Ho scritto un libro che avrei voluto leggere io».
Nella sua esperienza lavorativa e universitaria ha vissuto o vive in prima persona discriminazioni nella parità di genere?
«Quando ero più giovane, come molte donne sono stata oggetto di battute. Personalmente ho sentito moltissimo nella mia esperienza professionale il periodo della maternità. Ho avuto tre figlie in pochi anni e nonostante io abbia sempre lavorato, mi guardavano come una privilegiata. Oggi invece sono la professoressa universitaria piena di tatuaggi, sono la femminista che va in giro piena di gioielli, con rossetto e tacchi. La neuroscienza ci spiega che abbiamo bisogno di incasellare le persone. Quando non ci riusciamo, queste persone diventano un problema».
I dati ci dicono che esiste una disuguaglianza economica tra uomini e donne, ma possiamo considerare un indicatore di disuguaglianza anche il tempo che uomini e donne hanno per sé?
«Certamente. In un recente report proprio su questo tema elaborato dal centro di ricerca che dirigo è emerso uno scenario drammatico: nella fascia centrale d'età, la maggior parte delle donne dice che non ha nemmeno un'ora al giorno per sé e si sente finita e sfibrata. Parliamo di dati attorno all’80 per cento. E’ evidente che ci sia una vita degli uomini che è diversa dalla vita delle donne, non c’è niente da fare. I dati Istat ci dicono che per l’attività di cura non retribuita, le donne spendono 4 ore e 44 minuti al giorno, gli uomini 2 ore e 6 minuti. Anche qui parlano i numeri».
C’è una disuguaglianza anche nel rapporto con il denaro: perché secondo lei? E come si potrebbe agire sull’educazione finanziaria delle donne di domani?
«Questa disuguaglianza è legata non a motivazioni neuronali, ma ad una questione socialmente indotta. Si può e si deve fare educazione finanziaria a casa. Ma serve soprattutto l'impegno delle istituzioni e in particolare della scuola, introducendo delle ore di educazione economico-finanziaria come succede già in molti altri Paesi. Io credo che la consapevolezza sia sempre uno strumento di cittadinanza dato alle persone. Quindi che sia consapevolezza sul proprio corpo, che sia consapevolezza sul denaro, io credo possa fare solo bene».
Sempre in tema di (presunta) parità di genere, cosa ne pensa del congedo parentale paritario che è stato bocciato a Roma?
«Abbiamo passato anni a raccontarci che il congedo parentale paritario c’era solo in Paesi molto distanti dall’Italia. Da tre anni però c’è anche la vicinissima e cattolicissima Spagna, che ci sta dimostrando come dinnanzi a queste misure così coraggiose, il Paese comunque non vada a rotoli, anzi. Basterebbe il buon senso, ma comunque anche la letteratura ci dimostra che nei Paesi in cui il carico della cura è più distribuito, si fanno più figli. Mi preme sottolineare che questo non è un problema delle donne, ma è un tema collettivo. Bisogna scegliere se essere un Paese del futuro o fare come l’Italia, che di futuro non parla».
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