L’Atelier della sposa solidale: così le nozze diventano (anche) una scelta etica
L’economia circolare può irrompere nel giorno del matrimonio. Duecentocinquanta abiti donati da spose tornano in uso (gratuito) per regalare un sogno a chi sta progettando il proprio “sì”. Il progetto della Caritas di Castagnole, alle porte di Treviso, che richiama donne da tutto il Nord Est

Si aggirano leggiadre nei camerini tra nuvole di chiffon, pizzi, metri e metri di tulle, fiocchi, corpetti e seta. Predomina il bianco nelle sue varie gradazioni, ma qua e là c’è pure qualche sprazzo di colore, e pure acceso, per le più eccentriche. Loro, le volontarie, sembrano tante “fate madrine” come nella favola di Cenerentola. Fanno di tutto perché il giorno più bello lo sia per davvero, assecondano i desideri della futura sposa e provano come possono a trasformarli in realtà. Senza super poteri, ma diventando strumento della generosità altrui.
Benvenuti all’Atelier della sposa solidale, dove i vestiti per il giorno delle nozze hanno una nuova vita. Siamo a Castagnole di Paese, alle porte di Treviso. Nel vecchio asilo parrocchiale, poi trasformato in casa delle suore e abbandonato anni fa, prende corpo la magia. La scala che porta al primo piano dove la sede l’Atelier è decorata da grandi fiocchi di tulle bianco, sul ballatoio una vetrinetta vintage con alcuni accessori – vintage pure quelli – per il giorno del sì.
Le volontarie, meno di una decina in tutto, coordinate da Marta Feletto che è l’anima del progetto, hanno allestito la nuova sede dell’Atelier alla fine della primavera, tappa finale di un pellegrinaggio che a partire da ottobre 2009, non senza qualche momento buio, aveva toccato alcune stanze messe a disposizione da una famiglia della zona e prima ancora il convento dei padri Carmelitani Scalzi a Treviso.

Poi, nel momento in cui il progetto sembrava ad un bivio, l’intuizione di quello spazio vuoto nell’ex casa delle suore, la collaborazione rafforzata con la Caritas parrocchiale di Castagnole, l’individuazione di un gruppo di donne desideroso di sporcarsi le mani in questo progetto, i lavori per rendere quelle stanze abbandonate il luogo dove si avverano i desideri delle spose.
L’idea alla base è quella che Marta Feletto ha sperimentato in prima persona nel 2009 al monastero delle suore di Santa Rita a Cascia, là dove gli abiti da sposa donati come ex voto alla santa dei casi impossibili prendono una nuova vita.
E così oggi nelle vecchie camere delle religiose a Castagnole ci sono grandi appendiabiti pieni zeppi di abiti da sposa e scaffali con scarpe e accessori. Una delle stanze è stata allestita come cabina prova con l’immancabile specchio a figura intera, là dove si arricciano i nasi davanti ad un abito che non convince o, per contro, il viso si illumina di un sorriso unico quando sì, è davvero lui.
Gli abiti sono oltre 250 (c’è qualche capo anche da damigella e paggetto, oltre che da sposo e da cerimonia) e loro, le “fate madrine”, li conoscono tutti. Un po’ perché sono classificati nelle diverse stanze – «Di qua ci sono i pizzi, di là quelli più semplici» – un po’ perché è proprio nel loro compito quello di saper guidare la futura sposa nella scelta, che è necessariamente vincolata alla disponibilità della taglia e dell’altezza del vestito.
Già, perché diversamente da un classico atelier, qui la differenza la fa la generosità altrui.

«I vestiti sono donati da spose che decidono di dare una nuova vita all’abito scelto per il giorno del matrimonio», spiega Rosella Lorenzetto, referente della Caritas parrocchiale di Castagnole, affiancata da altre volontarie, «Si tratta di un dono nell’anonimato, si vede che è un gesto compiuto con gioia anche se è un pezzo di cuore che se ne va».
Il vestito per il giorno del matrimonio di Marta, la fondatrice, proviene dal convento umbro (dove non è richiesta la restituzione). «Dopo il mio matrimonio è tornato in circolo nell’esperienza trevigiana del progetto, venendo indossato da almeno altre tre spose negli anni», racconta.
E chi sceglie di rivolgersi all’Atelier della sposa solidale? Nei primi anni erano certamente future spose in difficoltà economica che nel progetto trovavano una soluzione per potersi sposare con il tanto sognato abito bianco, ma a spesa zero, o quasi. Ora invece la tendenza è cambiata: «Più della metà delle donne che arriva in Atelier lo fa per scelta etica», aggiunge Lorenzetto. Tradotto: sempre più spose, pur avendo la possibilità economica, decidono di risparmiare sull’acquisto dell’abito da sposa – i cui prezzi variano da alcune centinaia di euro per i modelli ultra basici fino all’infinito – convinte che quel denaro possa essere investito altrove in maniera, appunto, più etica. Una scelta in linea anche con la filosofia del “no waste”, ossia nessuno spreco.
E allora la soluzione è l’Atelier delle “fate madrine”, dove le future spose possono scegliere tra oltre 250 abiti “in prestito”. Il meccanismo è tanto semplice quanto interessante nell’ottica dell’economia circolare che davvero può investire anche un settore di puro consumismo come quello delle nozze. Ogni anno, una cinquantina di donne fa questa scelta. Arrivano a Castagnole da tutto il Nord Est e anche oltre, le esperienze analoghe in Italia si contano sulle dita di una mano.

«La futura sposa viene in Atelier su appuntamento e sceglie l’abito dal nostro catalogo fotografico. Chiaramente c’è a disposizione una sola taglia e altezza di ogni modello. Ma noi volontarie, una volta capito il genere cercato, mostriamo anche altri vestiti che potrebbero piacere», spiegano. A quel punto funziona come in un atelier classico: la prova del vestito davanti alla mamma, alle testimoni o alle amiche, l’aggiunta del velo o di qualche altro accessorio, la prova di un altro modello e di un altro ancora, fino a che le farfalle si agitano nello stomaco della futura sposa. E’ a quel punto che è fatta. Con tanto di foto e lacrime, secondo un copione già scritto e che però ogni volta fa commuovere anche le volontarie stesse.
«La sposa si porta subito l’abito a casa. Lo restituirà entro un paio di mesi dalle nozze. Facciamo un’unica richiesta: che torni pulito, esattamente come viene consegnato», aggiunge la referente della Caritas, «Per questo servizio si può dare un’offerta, ma noi di base non chiediamo nulla».
I soldi che vengono raccolte dalle spose solidali restano nel territorio, destinati dalla Caritas a particolari situazioni di fragilità sociale. Di recente, ad esempio, è stata aiutata a pagare le prime mensilità dell’affitto una giovane mamma che si sta costruendo una nuova vita dopo un periodo di difficoltà.
Tra i 250 abiti sono nascosti storie personali, gioie, successi, certamente anche qualche fallimento coniugale. Alcune spose hanno accompagnato il dono del proprio vestito con lettere – rigorosamente anonime – per augurare tutto il meglio a chi lo indosserà dopo di loro.

Alcuni modelli sono vecchi anche di quarant’anni, altri sono freschi di “sì”. Per tutti c’è un posto in Atelier, in attesa della sposa giusta. Per rimodernare quei vestiti che altrimenti avrebbero fatto davvero fatica ad essere scelti, è stata avviata una collaborazione con gli studenti dell’Istituto Engim Turazza – settore moda – che hanno reinterpretato in chiave contemporanea una cinquantina di abiti. Ogni sposa, comunque, può personalizzare l’abito secondo il proprio gusto, aggiungendo o togliendo quel dettaglio che fa la differenza.
Quei vestiti che hanno dato davvero tutto, infine, vengono inviati nelle missioni in Africa, non perdendo quindi di vista quell’economia circolare e solidale alla base del progetto.
«E’ raro che una sposa vada via senza abito», dice orgogliosa Lorenzetto, «L’abito da sposa è legato a un momento importantissimo della vita di una donna, è una grande gioia per noi volontarie contribuire a quel giorno, anche se in maniera minima».

Negli anni, pochissimi i casi di mancate restituzioni di quanto prestato. Di certo le “fate madrine” diventano anche confidenti delle future spose. Ognuna con la propria storia, ognuna con i propri sogni. Come quella giovanissima ragazza straniera, in Atelier con il futuro marito a fare da traduttore (dietro a una porta, così da non togliere proprio tutta la sorpresa dell’abito nel giorno delle nozze) perché lei non parlava italiano. La ragazza aveva scelto un vestito semplicissimo «ma che le stava d’incanto», si affrettano a precisare le volontarie. Nella sua testa forse bastava così, ma una delle “fate madrine” ha avuto un guizzo. In un attimo ha fissato sulla testa della ragazza un velo lunghissimo, lei che in prima battuta aveva detto che no, per la cerimonia non voleva accessori. E’ bastato un attimo, un po’ di magia. La futura sposa si è guardata tutta allo specchio. Non ha creduto ai suoi occhi, mai avrebbe pensato di vedersi così bella. Si è commossa, quasi a non volersi rendere conto, dalla sua bocca è uscita a ripetizione l’unica parola in italiano di tutta la lunga prova: «Grazie». Il sogno, anche per questa sposa, è diventato realtà.
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