Che cosa sta succedendo in Yemen? E perché è una guerra che non avrà escalation? Parla l’esperto
Socotra ostaggio tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: bloccati anche alcuni connazionali. Andrea Margelletti (Cesi): «Non è uno scontro nuovo, si consumerà da solo»

Mentre la crisi diplomatica tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti tiene in ostaggio i turisti sull’isola yemenita di Socotra, tra cui un centinaio di italiani, si giocano una partita geopolitica in chiave panaraba.
Complessità non nuova per la località, tanto da essere fortemente sconsigliata dalla Farnesina come luogo di vacanza, e che testimonia i cambiamenti sempre più marcati nelle strategie politiche dei Stati mediorientali. Ma, come spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali (Cesi), «è una crisi che si consumerà da sola». E lo stesso punta il dito contro le persone ora bloccate nel mar Arabico: «Ogni cittadino ha il diritto di essere salvato, ma ha anche il dovere di essere responsabile. Sarebbe giusto fargli pagare il conto».
Questo scontro tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è un conflitto che nasce oggi?
«Assolutamente no, affonda le sue radici negli ultimi dieci-quindici anni. Nel momento in cui le monarchie sono diventate enormemente ricche e hanno convertito questa ricchezza in influenza politica, l’equilibrio tradizionale è saltato. L’Arabia Saudita è stata per decenni il faro dell’area. Oggi deve fare i conti con attori che, pur essendo più piccoli demograficamente e territorialmente, dispongono di capitali, visione strategica e ambizioni propri. Ciò ha fatto sì che nazioni che hanno sempre vissuto sotto l’ombrello saudita inizino a fare scelte non necessariamente in linea con quelle di Riyad».
In questa partita qual è la scelta sbagliata?
«La risposta è che non c’è una scelta “sbagliata” in sé. Per i sauditi la loro versione è positiva, così come per gli emiratini, la loro è altrettanto positiva. Queste sono nazioni che, per vicinanza geografica, sono normalmente costrette ad andare d’accordo. È una crisi che probabilmente si consumerà da sola e uno scontro armato non è plausibile».
Rischiamo di spostare le lancette a prima del 1990, quando c’erano due Yemen?
«Di fatto, esistono già tre entità distinte. Primo: c’è un Yemen ufficiale, con un governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Secondo: ci sono vaste aree dove operano sia Al Qaeda che l’Isis. Terzo: c’è lo Yemen controllato dal movimento degli Houthi, che è fortemente allineato con Teheran. E queste realtà non vogliono sedersi a un tavolo per dialogare e cercare una chiave comune all’Onu».
In queste complicate dinamiche regionali, come si inserisce l’azione di Israele proprio contro gli Houti?
«Israele è un piccolo Paese circondato da avversari e, dal 1948, ha sempre adottato – dal suo punto di vista securitario – una politica intelligente: alimentare le divisioni e i problemi interni dei Paesi che lo circondano o che sono suoi avversari. È la logica di un Paese che deve sopravvivere in un ambiente ostile».
Tutto ciò rischia di destabilizzare ulteriormente l’intera regione del Corno d’Africa, importante anche per l’Europa e l’Italia?
«Certamente. Anche l’Italia guarda con grande preoccupazione. Noi abbiamo un interesse nazionale diretto e chiaro: la stabilità della Somalia come stato unitario. Valutiamo con perplessità, ad esempio, il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele. E anche la presenza cinese a Gibuti è un elemento che porta tutti, Italia inclusa, ad avere una maggiore attenzione. Il nostro Paese deve guardare a tutto questo con la massima attenzione».
Con la crisi venezuela in corso, gli Usa si disinteresseranno di quanto sta accadendo?
«Gli Stati Uniti non perdono mai di vista queste cose. Chi si deve interessare, lo fa 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Poi ci sono priorità di ordine politico».
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