I comuni del Veneto orientale e la grande illusione del Friuli: «Una bolla, nulla cambierà»
Il nostro viaggio tra favorevoli e perplessi sul cambio di regione: identità e bonus. Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, incontra i sindaci e propone la sua soluzione: l’autonomia differenziata

«Sono un friulano in Friuli. Pi’ clar di cusì».
Ma architetto veramente siamo in via Conciliazione a Cesarolo, frazione di San Michele: lungo il fiume Tagliamento sì, ma dalla parte del Veneto.
«Il Veneto orientale non esiste, questa è una comunità friulana. Io parlo friulano, l’acqua che bevo arriva da Chions, l’ospedale più vicino è a Latisana anche se quando chiami l’ambulanza arriva da Portogruaro, il tribunale del distretto è a Pordenone, la diocesi è Concordia, le mappe catastali non seguono i confini, e per sbrigare le pratiche devi rivolgerti a due Comuni e a due Regioni differenti. I confini sono sbagliati, questo territorio del cosiddetto Veneto orientale è un corpo unico con Pordenone. E le vene di questo corpo, le strade e i fiumi, sono friulane».
L’architetto Francesco Frattolin, 74 anni, parla affacciato alla finestra del suo studio: sugli scaffali conserva delibere, verbali di riunioni, volantini che raccontano la lunga battaglia dei comitati dei comuni di confine (sopratutto a Cinto, Pramaggiore, Teglio e Gruaro) per passare dal Veneto al Friuli.

Il dibattito
Dopo anni di silenzio il dibattito si è riaperto: con il voto del Senato che ha ripristinato le province in Friuli Venezia Giulia il consigliere regionale Markus Maurmair (Fratelli d’Italia) il 26 gennaio ha chiesto al presidente della Commissione Affari istituzionali Diego Bernardis di audire i sindaci dei comuni veneti che parlano friulano; da Venezia l’assessore regionale veneto Marco Zecchinato ha già fatto sapere che andrà a parlare con i sindaci dei Comuni secessionisti che guardano all’altra sponda del Tagliamento. Verrebbe da pensare quindi che, per chi da anni si batte per il salto di regione, questa possa essere l’occasione giusta.
«Non sarà così», pronostica Frattolin, «ci sarà qualche incontro a livello istituzionale, i sindaci dei Comuni di confine alzeranno un po’ la voce, Venezia ci darà un po’ di soldi per completare le fognature, alcuni politici avranno un incarico di maggiore rilievo, e poi la aspetto tra dieci, quindici anni, quando il caso scoppierà ancora una volta. E io le racconterò le stesse cose».
La grande illusione
La grande (dis)illusione di questi territori o, per dirla con le parole di Giampietro Sbrugnera e degli amici Emanuele Piatta ed Emanuele Nardo «la solita solfa». Poco prima dell’ora di pranzo i tre amici, dipendenti del gruppo Veritas di Portogruaro, sono seduti a un tavolo del bar Naviglio di San Michele: per un momento sembra di essere in una scena del film Le città di pianura, ma con i protagonisti che parlano il friulano.

«Qui siamo tutti favorevoli, ma un referendum lo abbiamo già fatto e anche se molti avevano votato per il sì il quorum non è stato raggiunto», dice Sbrugnera, «ogni tanto è un tema che ritorna. E poi sparisce».
Emanuele Piatta abita proprio sulla linea di confine, a Villanova della Cartiera. Il cartello sul confine: Benvenuti a Morsano al Tagliamento, anzi Benvenuti a Morsan da Lis Aucjis. Il benvenuto per chi dal Friuli si sposta verso il Veneto è invece questo: San Michele al Tagliamento, comunità di lingua friulana. Cartelli installati circa un anno fa.
«In quindici minuti d’auto sono a Pordenone, tifo e vado a vedere l’Udinese e il Venezia non so neppure come sia messo in classifica. E poi, fino a Sant’Elena. Ma lo stadio nuovo quando sarà pronto?», incalza Piatta, «e poi, ad andare con una Regione speciale, un po’ di soldi in più ci arriverebbero».
Un mix di convenienza, lingua e quindi identità. È questa l’attrazione dei Friuli, anche se a quasi cinquant’anni dai primi movimenti per il Friuli, appare sempre più flebile.
La storia dei comitati
Il primo comitato per il passaggio, proprio a San Michele, nasce nel 1977. Ma è all’inizio degli anni Duemila che la battaglia culturale prende la forma istituzionale dei referendum.
Nel 2005 a San Michele, nel 2006 a Cinto Caomaggiore, Pramaggiore, Gruaro e Teglio Veneto. La maggioranza di chi andò alle urne votò per abbracciare il Friuli ma solo a Cinto si raggiunse il quorum: 1.790 voti favorevoli pari al 59,8% degli elettori iscritti.
Sono passati vent’anni e non è accaduto nulla: nessun passaggio in parlamento, nessuna ratifica della volontà popolare espressa dalla comuni.
Per Sappada, come noto, l’esito è stato ben diverso. «Quel che è accaduto dopo è stato demoralizzante», riflette Franco Romanin, altro esponente storico dei comitati per il Friuli, «e tutti pensano che, per dirla in veneto, sia solo una questione di schei. Ma qui parliamo della gestione del territorio».
Prendiamo l’esempio del fiume che segna il confine, il Tagliamento. Le alluvioni del 1965 e del 1966 sono ferite ancora aperte. «Ci sono gli argini da sistemare, a Cesarolo ci sono abitazioni costruite al di sotto del livello del fiume, dobbiamo ragionare sulle aree di espansione. Dov’è il Veneto in questa partita? Andremo sotto di nuovo, è solo questione di tempo».

L’autonomia di Zaia
In questi anni il percorso dell’autonomia avviato dal Veneto di Luca Zaia ha raffreddato le spinte centrifughe perché si pensava che insieme al fumo ci fosse anche l’arrosto. Romanin è lapidario: «Risultati non ne abbiamo visti, e da due secoli ci considerano periferia».
Se questi territori di confine fanno capo a Venezia e non a Pordenone è per la riforma Napoleonica del 1807.
Il richiamo alla Patria del Friuli (1077-1797) seduce appena una manciata di nostalgici. I movimenti identitari sono carsici ma volti nuovi e giovani nella battaglia per il Friuli per ora non se ne vedono. È opinione comune però che sia necessario un maggiore coordinamento tra i comuni da una parte e dell’altra del Tagliamento. È forse questo l’unico risultato possibile.
Ed è quello che si augura Claudio Romanzin dello Sportello linguistico friulano di San Michele. «Il Portogruarese ha un solido legame storico e culturale con il Friuli. Ancora oggi parte della popolazione parla il friulano, ma è per lo più concentrata nella zona di San Michele e in misura minore di Cinto e Teglio, mentre negli altri Comuni il senso di friulanità è limitato quasi solo alle vecchie generazioni».
E sul dibattito in corso? «Tecnicamente è difficile un cambiamento dei confini amministrativi tra Veneto e Fvg, più realistico pensare di istituire un tavolo permanente di coordinamento sui temi più importanti tra la provincia di Pordenone e il Portogruarese».
Dove l’accento veneto prende il sopravvento
Anche perché, spostandosi dal Tagliamento verso la Livenza e il Lemene, l’accento veneto prende il sopravvento e il dibattito scema. Niente di nuovo, a dire il vero, se si pensa che già Ippolito Nievo nelle Confessioni d’un Italiano ambientato al castello di Fratta (Fossalta di Portogruaro) tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento definiva il Friuli un piccolo compendio dell’Universo ma dei portogruaresi diceva che parlavano il veneziano con maggior caricatura dei veneziani stessi (...) nel loro frasario di nuovo conio l’epiteto di friulano equivaleva a quelli di rozzo, villano.
Sulla piazza del municipio merlato di Portogruaro tra il bar Roma e il Caffè Sguerzi c’è un gruppetto di ventenni che di questi referendum per il Friuli non ha mai sentito parlare. Prende coraggio Mattia Bernardin, in mano un bicchiere di bubble tea. «Non mi sono mai posto il problema, ma dovendo rispondere direi che mi sento più veneto. E i miei amici? Non saprei dire». Sul suo futuro è ancora indeciso. «Qui sto bene, mi sento a casa, ma mi piacerebbe andare a lavorare a Londra, aprire un ristorante».
Stefani ascolta i sindaci. «Serve l’autonomia differenziata»
«La strada per diminuire il gap resta la creazione delle Province». Lo ha detto il nuovo governatore della Regione, rispondendo alle domande dei giornalisti. Alberto Stefani era l’ospite d’onore più atteso, il 26 gennaio mattina al taglio del nastro della 55esima edizione della Fiera dell’Alto Adriatico, l’appuntamento con il salone nazionale del Turismo che durerà fino a giovedì alla sede fieristica di via Aldo Moro a Caorle.

A dirla tutta qualcuno credeva si presentasse anche Luca Zaia, ma l’ipotesi non si è concretizzata. Stefani è arrivato da solo, con la sola scorta dei suoi addetti stampa.
Il governatore è arrivato con congruo anticipo, circa 50 minuti prima dell’orario del taglio del nastro, fissato per le ore 11. Accompagnato dal presidente della Fiera Raffaele Furlanis, ha voluto visitare di persona tutti gli stand.
Qualcuno lo ha riconosciuto, qualcun altro no. Tra gli espositori più fedeli, cui Stefani ha rivolto i complimenti, c’era anche la Tamai di Caorle che vende attrezzature per la ristorazione, da 55 anni presenti alla Fiera di Caorle. Poi il taglio del nastro, la benedizione e infine il capannello dei giornalisti, meno del solito. Forse perché la fiera cominciava di lunedì.
Prima ancora un simpatico siparietto, non lontano dallo stand dell’Emilia Romagna. Una signora si è congratulata con Stefani dicendo di essere friulana.
E Stefani, sempre molto sorridente, si è rivolto a lei esclamando «Viva il Friuli», facendola soddisfatta. All’esterno fioccano le domande.
«L’Ice a Cortina? Non mi risulta» ha riferito Stefani sulla polemica che vedrebbe gli agenti anti immigrazione in Italia per “scortare” i leader degli Usa all’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, la prossima settimana. Ma l’argomento principe resta il malumore per le agevolazioni del vicino Friuli e Stefani dà la notizia.
I vertici della Regione stanno già parlando coi sindaci. «Sono in atto delle interlocuzioni» ha detto il presidente della Regione «che non rendiamo note per forza di cose. Ma vogliamo sentire loro, così come sentiamo tutti. Per capire le loro esigenze». Esigenze chiaramente di natura economica, retributiva, fiscale.
«La soluzione esiste già» continua Stefani «ed è l’autonomia differenziata. Noi dobbiamo proseguire su questa strada».
Anche a Caorle e a Jesolo si era votato per l’autonomia del Veneto. Ma sono anche trascorsi nove anni. «Un’altra strada per diminuire il gap resta la creazione delle Province». «Ci vuole» conclude Stefani «un ente intermedio che riesca a parlare al cittadino direttamente, sul campo».
Come esordio alla Fiera dell’Alto Adriatico Alberto Stefani certo se l’è cavata bene. Da qui a un anno molte cose potrebbero però cambiare.
Chi punta sulle Province: «Ci battiamo perché siano ripristinate»
Come risolvere una situazione contesa da una parte la disparità con il Friuli Venezia Giulia, dall’altra il centralismo veneziano, indicato come il peccato originale da 10 anni, nascita della Città metropolitana?.
L’architettura istituzionale del futuro non presenta un progetto unanime. Il sindaco di Caorle Marco Sarto, nel salone dei congressi della Fiera, è uscito con una proposta.
«Superiamo il gap. Creiamo la provincia dell’Alto Adriatico, almeno un ente che ci dà ascolto». Perplessi in platea i consiglieri comunali di minoranza Renzo Miolli e Giuseppe Boatto. Di recente il sindaco di Caorle non ha lesinato critiche a Regione e Stato italiano per non aver fornito alla città di Caorle sostegni economici e riconoscimenti alla progettualità del territorio.
Come se la città dovesse arrangiarsi con la tassa di soggiorno. «Alberto Teso dice cose interessanti sulla possibilità di una nuova provincia» ha chiarito a fine intervento Sarto «mi chiedo, ma è possibile non abbiano realizzato la terza corsia in A4 proprio tra San Donà e Portogruaro? Davvero incredibile». Infrastrutture, tema centrale.
Lucas Pavanetto, vicepresidente del Veneto, ha insistito su due questioni importantissime. «Credo sia la volta buona per il nuovo casello dell’A4 di Bibione e anche per la via del Mare». Cioè il servizio per il trasporto via acqua dei turisti dall’aeroporto alle spiagge dell’Alto Adriatico.
Per la presidente della Costa Veneta, Roberta Nesto, l’unico modo per frenare il secessionismo resta la creazione delle province. «Ci battiamo affinché vadano ripristinate».
La consigliera regionale veneta Rosanna Conte ha una posizione ben diversa dal sindaco di Caorle Sarto. Sono sempre stati agli antipodi a livello politico.
«La mossa di Fedriga» dice Conte «ci riporta a ripensare all’architettura degli enti territoriali. I territori di frontiera soffrono per la maggiore capacità attrattiva delle regioni a statuto speciale rispetto a quelle a statuto ordinario come la nostra. La Legge 16 è un pilastro intorno al quale partire per fare dei passi in avanti, con investimenti maggiori risorse a compensazione di quelle aree che soffrono di una più comoda e vantaggiosa offerta di servizi oltre il confine regionale. Oggi comuni come San Michele al Tagliamento, Cinto Caomaggiore, Gruaro, Fossalta ma anche Portogruaro e Caorle pur rappresentando centri economici importanti, si sentono alla periferia dell’impero».
Viene il dubbio che il Friuli voglia invitare i comuni veneti in audizione perché ambisce ai loro “bes” (“soldi” in lingua friulana).
Markus Maurmair, il consigliere friulano di FdI, ha intanto mantenuto la parola. Ha spedito la Pec alla presidenza della Commissione Affari istituzionali, chiedendo vengano invitati in audizione i sindaci dei comuni friulanofoni, dove si parla ancora il friulano.
«Gentile Presidente Diego Bernardis, con la presente desidero richiedere cortesemente di inserire nel programma dei lavori della V Commissione permanente un’audizione delle amministrazioni comunali dei Comuni del Veneto Orientale maggiormente interessati dalle dinamiche di confine con il Friuli Venezia Giulia. L’audizione avrebbe l’obiettivo di contribuire, in uno spirito di leale collaborazione istituzionale, a una valutazione più completa delle possibili forme di cooperazione e delle ricadute territoriali delle nuove funzioni di area vasta, evitando approcci unilaterali e favorendo un confronto strutturato e trasparente». —
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