Kito Chain Italia, lo sciopero ferma la produzione: lavoratori compatti contro gli esuberi

Maestranze e sindacato il 22 maggio in presidio fuori dall’azienda di Fusine in Valromana. Chiesti un piano industriale e gli ammortizzatori sociali. Il sindaco di Tarvisio: «Contrasteremo i tagli senza esitazioni»

Maura Delle Case

Dopo oltre 10 anni dall’ultima volta, le bandiere del sindacato sono tornate a sventolare a Fusine in Valromana, davanti all’ingresso della Kito Chain Italia, che a Tarvisio per tutti è ancora la Weissenfels. L’adesione allo sciopero proclamato dalle parti sociali, dopo l’annuncio dato dall’azienda – oggi proprietà della multinazionale americana Columbus McKinnon – di 19 esuberi tra il personale, è stata poco meno che plebiscitaria. I lavoratori, in presidio davanti alla fabbrica il 22 maggio, hanno ricevuto la solidarietà delle istituzioni. Dal sindaco di Tarvisio, Renzo Zanette, al deputato Walter Rizzetto, che ha annunciato un’interrogazione parlamentare per fare piena luce sulle scelte dell’azienda. Incomprensibili per sindacato e lavoratori che rivendicano un piano industriale e l’attivazione di ammortizzatori sociali a tutela dell’occupazione. L’auspicio è che l’azienda batta un colpo al prossimo incontro fissato per il 29 maggio in Confindustria a Tolmezzo.

Stando a insistenti voci di corridoio, alla finestra ci sarebbe Pewag, il gruppo austriaco, già proprietario dell’ex Weissenfels, che – si dice – sarebbe interessato a rilevarla. Un’ipotesi avvalorata dalla presenza nel management di Pewag di Raffaele Fantelli, che di Kito Chain Italia è stato amministratore delegato fino all’arrivo della proprietà Usa l’anno passato, riportando l’impresa alla redditività.

Le ragioni dello sciopero contro la chiusura di un reparto alla Kito Chain Italia

Weissenfels ha chiuso il bilancio 2023 (l’ultimo depositato) a 15,2 milioni con un Ebitda di circa 750mila euro. Il 2025 si è chiuso invece – hanno riferito i i sindacalisti a valle dell’incontro in regione – a circa 11 milioni e il 2026 è previsto ulteriormente in calo a 7.

Praticamente nessuno dei dipendenti ha varcato i cancelli dell’azienda, rimasta vuota e silenziosa, nell’abbraccio dei pini che la circondano. Molti sono rimasti a casa, altri hanno invece raggiunto i cancelli della fabbrica, per denunciare pubblicamente quella che ritengono una decisione sbagliata e potenzialmente pericolosa: «Questa rischia di essere solo la prima mossa, propedeutica a nuovi, ulteriori tagli» si sono fatti eco, pronti a dare battaglia. Il sindacato è con loro. «Chiediamo un piano industriale, un progetto per questo sito produttivo, non si può arrivare a un tavolo, come ha fatto la proprietà, e semplicemente dire “ci sono 19 esuberi”, è inaccettabile» ha tuonato Fabio Beuzer, segretario di Fiom Cgil Udine.

Come inaccettabile, per le parti sociali, è la mancata attivazione degli strumenti di ammortizzazione. «Ci hanno rassicurato per mesi per poi servirci alla fine 19 esuberi, che a essere onesti sono 30 visto che i contratti di una decina di lavoratori interinali non sono stati rinnovati. Servono subito un piano industriale – ha aggiunto Liduino D’Orlando, referente in Alto Friuli della Fim Cisl – e l’attivazione di ammortizzatori sociali a tutela dell’occupazione». «Devono capire – hanno aggiunto Beuzer e D’Orlando – che qui siamo in Italia, non negli Usa, e che ci sono regole da rispettare».

Il clima all’interno dell’azienda è di grande preoccupazione. I volumi di produzione in queste settimane, a sentire i lavoratori, sono calati in modo importante e le comunicazioni aziendali sono contraddittorie. «In bacheca – ha ricordato ieri Marco Pietrafesa, delegato di Fiom Cgil – ce n’è ancora una di poco tempo fa in cui l’azienda assicura che sta andando tutto bene, salvo poi dichiarare 19 esuberi. A cosa dobbiamo credere oggi? Possiamo fidarci?» ha chiesto rivolto ai colleghi, preoccupati come lui per il loro futuro e quello della storica fabbrica. «Manca la testa, l’organizzazione – ha aggiunto il delegato puntando il dito contro i vertici –. Noi lavoratori stiamo facendo tutto il possibile, come abbiamo sempre fatto. Ci mettiamo impegno e competenze».

 

«Un posto di lavoro qui vale dieci posti in città – ha detto dal canto suo Flavio Favilli, delegato di Fim Cisl – perché non ci sono molte altre possibilità sul territorio in termini occupazionali. Per questo chiediamo alla società di ricorrere agli ammortizzatori e di presentarci un piano che garantisca il futuro, non per qualche mese, ma per i prossimi anni». Che era poi l’obiettivo degli importanti fondi pubblici, concessi complessivamente da Regione e Comune all’impresa nel corso degli ultimi anni, per 9 milioni di euro. Risorse che hanno permesso a Kito «di riqualificare e mettere in sicurezza il compendio industriale» ha ricordato il sindaco Zanette che ha testimoniato la preoccupazione dell’amministrazione di Tarvisio per «la mancanza di un vero piano industriale, che guardi al futuro, fondato sulla continuità produttiva e occupazionale. Per affrontare le difficoltà del settore – ha aggiunto – servono investimenti, innovazione e una strategia industriale, non il taglio dei posti di lavoro, che contrasteremo senza esitazioni».

 

Oltre al sindaco, hanno portato la propria solidarietà ai lavoratori il vicepresidente del consiglio regionale Stefano Mazzolini (Fedriga Presidente), il consigliere regionale Massimiliano Pozzo (Pd) e il deputato Walter Rizzetto (FdI). «La politica in regione sia unita per impedire i 19 licenziamenti annunciati e chiedere garanzie di piano industriale» ha detto Pozzo. Rizzetto ha annunciato la presentazione di «un’interrogazione parlamentare per fare piena luce sulle scelte dell’azienda. Farò tutto il possibile affinché siano salvaguardati i posti di lavoro e sia garantito il rispetto dei diritti dei lavoratori».

La posizione dell’azienda 

All’indomani dello sciopero Kito Chain Italia ha diffuso una nota per precisare la propria posizione.«Nell’ambito di una revisione delle attività e alla luce del protrarsi di una serie di criticità strutturali relative al settore in cui operiamo, stiamo ridefinendo la strategia industriale presso il nostro sito di Tarvisio, che comporta adeguamenti dei livelli occupazionali al fine di garantire che la nostra organizzazione rimanga allineata alle attuali esigenze di mercato». 

 

«Sebbene queste decisioni non siano mai semplici – si legge ancora nella nota aziendale si rendono necessarie per assicurare la sostenibilità del business nel lungo periodo. Questa decisione, che potrà coinvolgere fino a diciannove dipendenti, è stata presa a seguito di un’attenta analisi e valutazione, con l’obiettivo di mantenere e rilanciare la produzione a Tarvisio. Consapevole dell’impatto di questo processo, Kito Chain Italia ha avviato un confronto con le rappresentanze sindacali interne (RSU), le organizzazioni sindacali territoriali e le istituzioni, ribadendo il proprio impegno a mantenere un dialogo aperto e costruttivo per individuare possibili misure di supporto ai dipendenti coinvolti in questa transizione, attraverso risorse adeguate».

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