Giovedì fate attenzione, c’è uno Squalo a Trieste

Vincenzo Nibali si racconta al pubblico di Sport Business Forum: imprese e sofferenze di un fuoriclasse. Un ciclismo irripetibile, fatto di coraggio, discese folli e imprese controvento

Antonio Simeoli

Qui al Giro d’Italia il nuovo Vincenzo Nibali, o un italiano che almeno avvicini il suo talento, lo stanno cercando da quattro anni, da quando cioè lo Squalo, a 38 anni, decise di chiudere la sua carriera con un 4° posto da ricordare proprio nella corsa rosa.

Dura, ci sarà da aspettare più di qualche stagione. Vero, ci sono i watt di Filippo Ganna, le volate di Jonathan Milan, i numeri nelle corse a tappe del giovane Giulio Pellizzari, ma Nibali è uno che ha caratterizzato oltre un decennio del ciclismo mondiale, quello immediatamente precedente all’esplosione di talenti come Pogacar and company.

È una storia tanto italiana quella di Vincenzo, classe 1984, è una storia di riscatto del sud, ad esempio, perché è dovuto partire da ragazzino dalla sua Messina per andare a cercare corse e gloria al Nord, splendidamente adottato dalla famiglia Franceschi a Mastromarco, frazione di Lamporecchio, Valdinievole, insomma nel cuore della Toscana.

È una storia di speranze, anche più d’un rospo ingoiato, di pianti a un passo dalla gloria, di gioie a un chilometro, anche meno, dal tonfo quella dello Squalo.

Ora cosa fa? Il testimonial del Giro ad esempio; il marito e il papà di due splendide bimbe, insomma fa il Nibali, perché se hai vinto un Tour, due Giri d’Italia, una Vuelta, classiche come il Lombardia e la Sanremo sei e resti Nibali, punto e basta. Anche se pedali solo per passione.

Il primo schiaffo e la reazione (a Nordest)

L’inizio di tutto? Uno schiaffo in piena faccia. Liegi Bastogne Liegi 2005. Nibali corre per la Liquigas, squadrone veneto ultimo erede delle grandi formazioni del ciclismo italiano, è un talento cristallino, va alla Doyenne in Belgio, la corsa delle còtes, pane per i suoi denti, e arriva ultimo.

Può abbattersi un ragazzo che, per inseguire il suo sogno, è dovuto emigrare nel continente dalla sua Messina e la sera telefonava a mamma Giovanna pieno di dubbi e nostalgia? No, e qui entra in ballo il Nordest. Perché quassù Vincenzo ha vissuto momenti chiave.

Il primo: lo Zoncolan nel 2007, il primo terribile dal versante di Ovaro. Nel Giro di De Luca, poi finito dietro la lavagna del doping come tanti altri in quegli anni, c’è anche lui. Impara come si fa a vincere. Nel 2009 va al Tour de France e arriva sul Mont Ventoux alla penultima tappa in maglia bianca, quella di miglior giovane. Chi scrive c’era quel giorno sul Monte Calvo della Provenza, gli occhi che aveva Nibali dicevano tutto. Orgoglio e determinazione: «Un giorno questa corsa la vincerò», ci disse.

Nel 2010 ad Asolo con un attacco negli ultimi metri del Grappa e una discesa “alla Nibali”, un mix di tecnica e coraggio, vince la sua prima tappa al Giro. In settembre si prende la Vuelta, che blinda sulla spettacolare Bola du mundo.

A Madrid dedica il successo al 18enne Davide Casarotto, under 23 vicentino, morto durante la tappa del giro del Friuli dilettanti, centrato da un’auto che aveva invaso il percorso.

L’avvicinamento alla gloria

Il terzo posto al Tour de France del 2012 è un altro avvicinamento alla gloria in Francia, tre mesi prima a Liegi, dove tutto era iniziato con quell’ultimo posto, un primo rospo da ingoiare. Attacca, vede ormai la Doyenne, la più antica delle classiche, lo batte Iglinsky, uno che andava a benzina super. Doping signori, inutile giraci intorno.

Vi dicevamo, siamo al Giro d’Italia, che Nibali si è preso nel 2013, vincendo, no, dominando, con quel finale da urlo ancora a Nordest: penultima tappa, prima della passerella a Brescia, assolo sulle Tre Cime di Lavaredo in mezzo a una tormenta di neve.

La gloria e un’altra tranvata: Mondiale di Firenze, il suo mondiale. Cade sul più belo, botta al ginocchio addio maglia iridata dopo che alla Vuelta l’aveva battuto il 40enne americano Horner, altro con l’additivo.

Il capolavoro? L’anno dopo al Tour de France. Che comincia a vincere con una prestazione da urlo nella tappa del pavè e poi blinda su Alpi e Pirenei.

Sono gli anni di Contador, Froome e appunto Nibali. Dopo Giro, Vuelta con la Grande Boucle arriva la Tripla Corona, quella che va a chi vince Giro, Tour e Vuelta. Ce l’hanno in sette soltanto: Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Froome e appunto Nibali.

In questo Giro la sta cacciando uno come Jonas Vingegaard. Per dare l’idea, re Tadej Pogacar, bulimico cacciatore di record e vittorie, non l’ha ancora vinta.

Giro vinto, Giri buttati, almeno due nel 2017 e soprattutto due anni più tardi quando Nibali perse gambe ed energie mentali per far la guerra a Roglic lasciando strada libera a Carapaz.

Delusioni, la più grande sempre nel 2016: lo Squalo punta le Olimpiadi di Rio de Janeiro, è il più forte, attacca in salita, stacca tutti, s’invola in discesa. E in discesa, la sua discesa, cade. O quella al Tour del 2018, abbattuto nel finale dell’Alpe d’Huez da uno spettatore incauto.

Quando chiederanno chi era Nibali

A un bimbo che tra qualche anno ci chiederà chi era Nibali tuttavia risponderemo: quello che a cinque giorni dalla fine del Giro 2016, son già passati 10 anni maledetto il tempo che vola, incontrammo a Ortisei nel giorno di riposo e lo trovammo rassegnato a perderla, la corsa rosa in cui lo aspettava tutta Italia, e che invece ritrovammo a San’Anna di Vinadio 5 giorni dopo in rosa, felice, dopo una due giorni alpina e una remuntada da leggenda, anche grazie a un gregario che non c’è più, Michele Scarponi, che si fermò a bordo strada mentre era in fuga per aspettare il suo capitano quando aveva capito che sulla salita di Risoul lui si sarebbe giocato la maglia rosa.

Oppure quello che nel 2018 si andò a prendere una Milano Sanremo fantastica con un attacco sul Poggio e una discesa “alla Nibali”. Capito perché ci vorranno anni per ritrovare uno così?

 

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