C’è un uomo dietro quei gol: la sensibilità segreta di Bobo Vieri
Christian Vieri atteso a Trieste per Sport Business Forum: straripante in campo e nei record azzurri, ha saputo vincere la solitudine per reinventarsi imprenditore oltre i cliché

Quando era un bambino accompagnava a scuola la sorella. «A Sydney in un chilometro c'era tutto. Casa e scuola». Quando è diventato più grandicello, con i primi soldi da calciatore, ha comprato casa ai genitori. «È stato il regalo più bello che ho fatto. È una casa bella grande, a Prato, era giusto che vivessero bene».
Quando già era stato soprannominato mister 90 miliardi (la cifra pagata per il suo passaggio dalla Lazio all'Inter) cominciava a far capire che tipo fosse e perché non andava quasi mai in televisione: «Sono un po' bischero e non so stare zitto, avrei da ridire con tutti».
Christian Bobo Vieri, per anni il signor Boh, per il suo intercalare imbarazzato e provocatorio, era una persona interessante e anticonformista già 27 anni fa, al tempo dell'intervista rilasciata al Corriere della Sera, dalla quale abbiamo tratto alcune risposte. Non era impossibile capire che, dietro la maschera da guascone e impertinente, Christian aveva un'anima.
Eppure, per anni, almeno fino a quando non ha smesso con il calcio giocato, lo abbiamo descritto come un impenitente sciupafemmine, un compagnone di bagordi, scherzi e baldorie, un frequentatore di discoteche e locali notturni per fare serata o tirar tardi. Invece, oltre che un calciatore di grandissimo talento e straordinaria esplosività, Vieri è stato e resta un uomo che custodiva, forse con una inconscia ritrosia, una personalità sensibile.
Certo, Vieri, a noi, ci faceva fare i titoli. Come quando, all'Europeo di Portogallo, sparava a zero sui giornalisti: «Sono più uomo io, che tutti voi messi insieme». O come quando giocava da par suo, segnando un gol dopo l'altro, un gol diverso dall'altro, prodezze che gli venivano naturali perché il Buon Dio, oltre alla salute e all'efficienza fisica, gli aveva dato la spontaneità del gesto atletico, la rapacità della rapina, la potenza e la plasticità della conclusione.
Per come era forte e poco contrastabile dagli avversari e per la versatilità nel modo di attaccare, Christian ha vinto in carriera meno di ciò che avrebbe meritato. Intendiamoci, non che conquistare, con la Juve, uno scudetto e la Coppa Intercontinentale, con la Lazio la Coppa delle Coppe e con l'Inter la Coppa Italia , oltre che con l'Under 21, due Europei, sia esattamente poco.
Ma parlare di Vieri vuol dire raccontare uno dei più grandi attaccanti degli anni 90 e 2000, un calciatore desiderato da tutti («è colpa mia se ogni anno qualcuno vuole comprarmi?»), protagonista, mai comprimario, in 12 squadre, di cui 10 italiane tra serie C, serie B e serie A e due straniere (Atletico Madrid e Monaco). E siccome Vieri ha sempre parlato attraverso i gol, vanno ricordati i titoli di capocannoniere in Spagna ('97-98) e in A (2002-03). Ha girato tanto e lasciato cuori infranti tra chi amava la sua concretezza e la sua unicità: mai un vezzo nel segnare, solo una spietata implacabilità.
Pur senza mai lasciarsi andare a eccessivi rimpianti (non è di quelli che si piangono addosso), Bobo avrebbe voluto essere chiamato in Nazionale da Lippi nell'anno di grazia 2006, vent'anni fa esatti, Italia campione del mondo nel pieno dello scandalo di Calciopoli. Allora giocava al Milan e, per la verità, il ct, che era stato suo mentore, ai tempi della Juve e dell'Inter, ci pensò fino all'ultimo, ma poi decise di no. E Vieri ne soffrì. In silenzio, ma ne soffrì. Più perché si riteneva utile che per l'alloro mondiale celebrato da altri.
Purtroppo, con la Nazionale italiana, è sempre stato straordinario solista in spedizioni sfortunate. In due Mondiali (Francia 1998 e Corea/Giappone 2002) ha raggiunto il record italiano di marcature (9 reti), detenuto da Paolo Rossi e Roberto Baggio, ma la corsa dell'Italia si fermò, in un caso, ai quarti di finale (sconfitta con la Francia ai rigori) e, nell'altro, agli ottavi anche per colpa del sordido arbitro Moreno, nostro giustiziere a beneficio della Corea del Sud.
Fu la Francia, comunque, a consacrarlo a livello internazionale: Vieri era talmente straripante da scomodare giornalisti di tutto il mondo che volevano carpirne i segreti e, magari, farlo diventare un personaggio con un corredo diverso da quello esclusivamente calcistico. Ma, forse, la Nazionale più forte l'avemmo quattro anni più tardi, tra Tokio e Seul, quando i nostri attaccanti erano nel pieno della maturità e avrebbero potuto trascinarci molto più avanti nella competizione, se non fossimo incorsi in uno dei tanti scandali arbitrali di quella competizione.
Per tornare ai numeri, che spesso parlano un linguaggio non mutuato, ma universale, il nostro caro Bobo ha collezionato 49 presenze in azzurro, segnando 23 reti, quasi una ogni due presenze. Un ritmo impressionante.
Anche per questo nel 2004, Sua maestà Pelé lo ha inserito nella Fifa 100, redatta in occasione del centenario della Fifa: Vieri era tra i 125 migliori calciatori viventi. Altra classifica, altro onore: è al 71° posto nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo, pubblicata dalla rivista World Soccer. Un grande, in tutto e per tutto. Perché, dopo il calcio, e usando altre qualità, Christian continua ad affermarsi. Non è un brand, è Vieri.
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