Ernestina e il primo lancio come paracadutista nel 1969: «Non lo dissi a nessuno»
L’83enne di Azzano Decimo è stata una delle prime donne paracadutiste pordenonesi: «Una volta sono stata trascinata dal paracadute rigonfiatosi a causa del vento»

I suoi occhi sono azzurri come il cielo dal quale più volte si è lanciata. Ernestina Pivetta, per tutti Tina, 83 anni di Tiezzo di Azzano Decimo è una delle prime donne paracadutiste pordenonesi.
Nel 1969 quando gli americani si apprestavano a compiere la missione lunare, lei a Rivolto realizzava la sua impresa: il lancio con il paracadute. Sul tavolo della sala da pranzo sono sparsi ritagli di giornale, fotografie e due libretti con l’elenco dei lanci, un documento che attesta lo storico delle attività effettuate.
Una raccolta di frammenti in cui sono racchiusi sette anni. Tra le foto ricordo riemerge quella del primo. Il battesimo dell’aria.
Che effetto fa riguardare questa foto?
«Sono passati tanti anni. Quasi non mi riconosco più. C’era emozione e adrenalina. Se hai paura non lo fai».
Tina lo dice sorridendo. Nel suo sguardo si legge ancora l’entusiasmo di quella prima volta. Ci racconti di quel giorno.
«Era l’8 giugno 1969. Rivolto la località dei primi due dei tre lanci che si dovevano fare per ottenere l’attestato di abilitazione, quindi il brevetto, per poter fare lanci civili. Queste attività si svolgevano sotto il controllo della brigata Folgore che metteva a disposizione istruttori militari e aerei».
Cosa si prova in quegli attimi poco prima del salto?
«C’è sempre un po’ di tensione, si spera che tutto vada bene, dal lancio alla caduta».
Le è mai capitato di dover gestire un’emergenza?
«Una volta mi sono trovata in una situazione di trascinamento. Ero a Rivolto, dopo il volo a bordo dell’aereo C119, dove eravamo una quarantina di persone, mi sono lanciata e, una volta caduta, sono stata trascinata a causa del rigonfiarsi del paracadute per il vento. Mi sono fatta un po’ male alle braccia, ma per fortuna nulla di grave».
Qual è il lancio più spettacolare che ha fatto?
«Partivamo da Belluno per finire nelle acque del lago di Barcis non senza prima aver sorvolato il monte Toc dove erano visibili i segni della frana del Vajont. Quando si arrivava sopra il lago, a quota 1500 metri, sembrava molto piccolo. E pensavo: arriverò lì dentro?».
Come avveniva il recupero?
«Benché ci fossero i sommozzatori che dalle barche ci venivano subito a recuperare, eravamo equipaggiati di un salvagente che si apriva contestualmente al paracadute».
Quante volte si è cimentata con il lancio sul lago di Barcis?
«Due volte. La prima è del 6 agosto 1972».
Come si è avvicinata a questa disciplina?
«Una sera sono andata all’ex Fiera di Pordenone, dove facevano ginnastica in preparazione al paracadutismo. Incuriosita, ho chiesto se potevo iscrivermi anche io e così è cominciata. L’istruttore mi ha dato subito disponibilità».
Che esercizi si fanno?
«Flessioni, cadute e arrampicata su fune. A conclusione del corso c’era un esame da sostenere che, se superato, ti rendeva idoneo per affrontare il lancio».
Un percorso lungo e a tappe, che Tina ha voluto perseguire fino in fondo.
«Erano previste anche diverse visite mediche nel corso dell’anno effettuate negli ospedali militari. È chiaro che se una persona ha problemi di salute, non viene riconosciuta l’ideoneità al lancio».
Quando ha iniziato avvertiva diffidenza da parte dei paracadutisti maschi?
«No, sono stata subito accolta. Quella volta eravamo in tanti. Ho un bel ricordo delle uscite di lancio che facevamo».
Tina è la prima di quattro fratelli e sorelle. Nella sua famiglia com’è stata accolta e vissuta la scelta di intraprendere questo tipo di attività?
«Non dicevo mai che andavo a fare lanci. Magari poi lo venivano a sapere da altri, ma io non glielo dicevo mai. Per loro, fare paracadutismo, era un po’ pericoloso».
Ha portato questa sua passione anche nella vita lavorativa?
«No, ho lavorato all’accettazione in uno studio dentistico».
Qual era l’equipaggiamento per il lancio?
«Indossavamo la divisa azzurra della sezione e sopra due paracaduti, sul dorso quello del lancio, davanti invece, più piccolo, quello di emergenza. E il casco».
Ha ancora la divisa nell’armadio?
«Ho una tuta da pilota che mi era stata regalata e che ho utilizzato durante un’uscita».
La sezione di Pordenone ha sempre avuto una buona reputazione, è così?
«Ricordo che una volta eravamo seduti in attesa del nostro turno. Un istruttore militare ci aveva indicato come un branco di pecore, ma quando gli abbiamo detto che eravamo della sezione di Pordenone si era subito rimangiato le parole e aveva detto che eravamo ben preparati».
È in contatto ancora oggi con alcuni paracadutisti?
«Sono ancora iscritta all’associazione paracadutisti di Pordenone, ogni gennaio ci incontriamo per il tradizionale pranzo sociale».
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