Un Centro di ricerca che studia la parità di genere
L’Università di Trieste ha un Centro interdipartimentale di ricerca per gli studi della parità di genere. La coordinatrice Sergia Adamo, docente dell’ateneo giuliano, ci illustra come è nato e come funziona. A Nordest ci sono altri esempi di questo tipo solo a Padova e Trento. E se ne contano pochi anche in tutta Italia

Lo sapevate che la parità di genere è diventata a tutti gli effetti una materia di ricerca? Di più. L’Università di Trieste le ha dedicato un Centro di ricerca intero. Si chiama Centro interdipartimentale di ricerca per gli studi di genere e fa capo al Dipartimento di studi umanistici. Dopo quelli di Padova e Trento, è il primo centro di questo tipo in Friuli Venezia Giulia e il terzo in tutto il Nordest. Anche nel resto d’Italia se ne contano ancora pochi: una decina al massimo, ma fare una mappatura completa resta difficile perché non sono ancora tutti in rete fra loro.
Di cosa si occupa un Centro che fa ricerca sugli studi di genere e in particolare quello di Trieste? Nel rispondere, la coordinatrice Sergia Adamo, docente di Letterature comparate e Teoria della letteratura dell’ateneo giuliano, ci fa fare un salto indietro agli anni Novanta.
«All’epoca ero una dottoranda. Pensavo di essere da sola a interessarmi delle teorie femministe, già apparentemente passate di moda dopo la rivoluzione del Sessantotto». Leggeva in solitaria Simone de Beauvoir, madre del movimento femminista, e Judith Butler, la filosofa statunitense che ha messo in discussione l’identità di genere: non sarebbe determinata biologicamente, ma dai comportamenti che ognuno di noi assume nella vita.
La prof. Adamo, forte delle numerose esperienze accademiche fatte all’estero – da Mosca a New York, da Klagenfurt a Madrid - cominciò a tradurre i testi femministi perché potessero letti anche in Italia.
«Capii in questo modo che nell’ateneo giuliano c’erano altre ricercatrici che avevano i miei stessi interessi: non eravamo da sole, ma semplicemente isolate».
Ognuna di loro osservava la questione di genere con gli occhi della propria disciplina di competenza. È nata così una rete di docenti e ricercatrici che ha portato l’attenzione sul tema dentro e fuori le aule accademiche.
Un cambiamento lento e progressivo, ma segnato da almeno due tappe principali. La prima nel 2014, quando le Università di Trieste, di Udine e la Sissa sottoscrivono una dichiarazione d’intenti per un linguaggio di genere non discriminatorio.
L’altra nel 2020, anno di nascita del Centro interdipartimentale di ricerca per gli studi di genere dell’Università di Trieste. Un vero e proprio cambio di passo, reso possibile in primis grazie alla volontà della prof. Elisabetta Vezzosi e dell’attuale rettrice Donata Vianelli, che al tempo dirigevano, sempre a Trieste, i Dipartimenti rispettivamente di Studi umanistici (Disu) e di Economia.

Professoressa Adamo, cosa vuol dire fare ricerca per gli studi di genere?
«Partiamo dalla definizione di genere. Dobbiamo prendere atto del fatto che le persone non sono solo fatte del loro corpo, della loro anatomia. Sono esseri che si mettono in relazione con gli altri: la nostra vita sociale, relazionale e culturale costituisce un insieme di fattori importanti di quello che siamo. Ecco che diventa importante capire come funzionano questi aspetti sociali, comprendere come le immagini del femminile e del maschile influenzino la nostra identità. Facciamo un esempio semplice. Se un sistema di governance viene rappresentato come fatto da soli uomini, ciò influenza la società, lasciando passare il messaggio che le posizioni di potere possano essere coperte solo dagli uomini».
Perché avete ritenuto necessario un approccio interdipartimentale?
«Gli studi sul genere sono così complessi che non possono essere affrontati da un solo punto di vista. Io per esempio me ne occupo attraverso la mia materia: la narrazione letteraria e artistica. Ma il Centro vede attive ricercatrici di sociologia, psicologia, storia, economia, diritto e pedagogia: tutti i contributi di ricerca vengono poi messi in condivisione per avere uno sguardo quando più completo della questione».

Un esempio?
«Il convegno “Il voto alle donne: una storia trasnazionale di azioni per i diritti e la democrazia” che abbiamo organizzato lo scorso 12 maggio al Dipartimento di studi umanistici. A 80 anni dal primo voto delle donne in Italia, è stato dedicato un evento alla storia del voto femminile e alla partecipazione politica delle donne, con una prospettiva che spazia dalla dimensione globale alla specificità del caso italiano e triestino. La nostra intenzione adesso è di raccogliere tutti gli interventi in un libro da pubblicare entro l’anno».
Quali finalità si pone il Centro?
«Oltre a fare ricerca, ci occupiamo di divulgazione e di corsi di formazione che non sono solo rivolti agli studenti universitari, ma anche al personale di istituzioni, associazioni e aziende del territorio. Abbiamo per esempio fatto attività formative per il personale dell’istituto internazionale di ricerca Elettra Sincrotrone, che ha sede a Basovizza (Trieste), o ancora per la Fondazione ComPa Fvg, scuola di formazione del comparto unico regionale, per chi lavora nella pubblica amministrazione».

Ci sono altre iniziative che vale la pena di ricordare?
«Tra le attività divulgative ricordo in particolare il progetto “Declinare la creatività”. Sarebbe riduttivo concentrare i nostri sforzi solo su ciò che ancora manca nella nostra società, senza ricordare ciò che le donne hanno già detto e fatto. Ebbene, l’obiettivo di questo progetto era divulgare le esperienze di donne che hanno dato contributi importanti nella creatività. Nel 2023 organizzammo così una mostra alla Stazione Rogers di Trieste che ripercorreva la storia delle “Guerrilla girls”, un collettivo di artiste, nato negli anni Ottanta e attivo ancora oggi, che ha denunciato la carenza di spazi per le donne artiste nelle gallerie contemporanee. Fortunatamente nel tempo le cose sono cambiate: oggi la Biennale d’arte di Venezia è ben rappresentata anche dalle artiste, e il padiglione italiano è curato da una donna, Cecilia Canziani.
Ancora, abbiamo ospitato i primi laboratori dello spettacolo tratto dalle Troiane di Euripide riletto in chiave femminista dalla regista triestina Marcela Serli. Uno spettacolo che poi ha debuttato al Campania teatro festival ed è andato in scena nei più importanti teatri italiani (dal teatro nazionale di Genova al teatro dell’Elfo a Milano)».

Prossime iniziative?
«Cito le più vicine in ordine temporale. Giovedì 28 maggio abbiamo in programma all’Università di Trieste (ore 14.30 in Aula Bachelet) una conferenza sul contrasto alla violenza e alle molestie nel lavoro, muovendo dalla prospettiva del diritto internazionale. Sarà ospite della cattedra di Diritto del lavoro della professoressa Roberta Nunin la prof.ssa Maria Belen Fernandez Collados, ordinaria di Diritto del lavoro presso l’Universidad de Murcia.
Sempre giovedì 28 maggio a Trieste, ma nel Palazzo della Regione (Sala Predonzani ore 18), parteciperemo a un incontro organizzato da “Art directory club” sul body shaming, che include tutte quelle azioni tese a criticare qualcuno per la propria fisicità. In particolare, per conto del Centro, la ricercatrice di Psicologia sociale Valentina Piccoli, che studia i processi sottostanti la relazione tra utilizzo dei social media e percezione della propria immagine corporea, presenterà i suoi lavori al pubblico».
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